PILLOLA nr.29

Bruce Chatwin

“…Nel 1962 – sei anni prima che gli hippies lo rovinassero (spingendo gli afghani istruiti tra le braccia dei marxisti) – si poteva partire per l’Afghanistan con le stesse aspettative, diciamo, di un Delacroix diretto ad Algeri. Per le strade di Herat si vedevano uomini con vertiginosi turbanti passeggiare mano nella mano, una rosa in bocca e i fucili avvolti in chintz a fiori. Nel Badakhshan si poteva fare un picnic su tappeti cinesi e ascoltare il canto del bulbul. A Balkh, la Madre delle Città, chiesi a un fachiro la strada per il santuario di Hadji Piardeh.
Non lo conosco mi rispose. Dev’essere stato distrutto da Genghiz…”

da Lamento per l’Afghanistan, nella raccolta
Bruce Chatwin, Che ci faccio qui? Adelphi

già nella prefazione di
Robert Byron, La via per l’Oxiana, Adelphi

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PILLOLA nr.28

ACCADEMIA DELLA CRUSCA

12 maggio, Lonate pozzolo

Buongiorno,
durante una recente visita alla Venaria Reale a Torino, osservando delle pitture equestri alle pareti, mi son domandato perchè non si possa dire anche pitture equine, o, viceversa, perchè non si possa dire macelleria equestre, ma macelleria equina.
Ho consultato il dizionario prima e il vostro sito dopo, ma non ho ricavato nessuna spiegazione.
Potreste aiutarmi a risolvere il quesito?
Vi ringrazio anticipatamente.
Cordiali saluti.

Massimiliano Arbini

 

Re ACCADEMIA DELLA CRUSCA

Gentile Massimiliano, Se lei legge le due voci equestre e equino che le riporto qui sotto dal Vocabolario Treccani online (http://www.treccani.it/vocabolario/) credo che non avrà difficoltà a dare risposta alle sue domande.

equèstre agg. [dal lat. equester -stris -stre, der. di equus «cavallo»]. – Di cavaliere, di cavalieri; relativo all’andare a cavallo o a chi va a cavallo: dopo aver spiegato a quattro membri del comitato che equestre voleva dire «a cavallo», firmarono tutti (Fucini); statua e., monumento e.; battaglia, combattimento e.; circo e. (v. circo, n. 2); ordine e., lo stesso che ordine cavalleresco, ma soprattutto come classe sociale in Roma antica. Nello sport è sinon. di ippico, indicando ciò che si riferisce ai cavalli e alle loro corse: ma si usa più frequentemente per l’attività dilettantistica (equitazione di scuola e da campagna)

equino agg. e s. m. [dal lat. equinus, der. di equus «cavallo»]. –
1. agg. Di cavallo, dei cavalli: razze e.; carne equina. Con usi estens.:
a. Coda e., in botanica, altro nome dell’erba coda cavallina; in anatomia, v. coda, n. 2 c.
b. Piede e., quello di persona affetta da equinismo.

Lei forse potrebbe obiettare che, a rigore, un quadro raffigurante un cavallo senza cavaliere e bardatura non potrebbe definirsi una pittura equestre; d’altra parte un *quadro equino avrebbe forse come unica interpretazione possibile ‘quadro eseguito da un cavallo’.
Forse per chiarire meglio è utile la differenza tra la mostra equestre che è una manifestazione dove si esibiscono cavalieri (ovviamente sul cavallo) e la mostra equina dove invece l’unico soggetto in mostra è il cavallo.

LISTA nr.7

BRUCE CHATWIN

….Ma quel giorno non riporterà in vita le cose che abbiamo amato:

le immense giornate limpide
le azzurre calotte di ghiaccio sui monti
i filari di pioppi bianchi che tremolavano al vento
le lunghe e candide bandiere da preghiere
i campi di asfodeli che venivano dopo quelli di tulipani
le pecore dalla grossa coda che chiazzavano le colline sopra Chakcharan, l’ariete con una coda tanto grande che bisognava fissarla a un carro
Non ci sdraieremo più davanti al Castello Rosso a guardare gli avvoltoi roteanti sopra la valle in cui fu ucciso il nipote di Genghiz
Non leggeremo le memorie di Babur nel suo giardino di Istalif
nonvedremo il cieco avanzare tra i cespugli di rose facendosi guidare dall’olfatto
Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazar Gagh
Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamiyan, dritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio
Non dormiremo nella tenda dei nomadi
non daremo la scalata al minareto di Jam

E avremo perduto i sapori:

il pane rustico, caldo e amaro
il thè verde speziato col cardamomo
l’uva che facevamo raffreddare nella neve
le noci e le more secche che masticavamo per difenderci dal mal di montagna
non ritroveremo l’aroma dei campi di fagioli
il dolce, resinoso profumo del legno di deodara
l’afrore di un leopardo delle nevi a quattromila metri.

1980

tratto e liberamente “listato” da Lamento per l’Afghanistan, nella raccolta
Bruce Chatwin, Che ci faccio qui? Adelphi

PILLOLA nr.26

IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI
DURI A MORIRE 2

Molti luoghi comuni, modi di dire e proverbi sono consolidati al punto da non venire messi in discussione, e costituiscono delle fondamenta inconsce a cui  attingiamo involontariamente.
Luoghi meno comuni sono invece quelli percorsi da Bruce Chatwin.
Primo amore dicevo, perchè è stato tra le mie letture preferite, di quelle scelte autononomamente, dopo quelle dell’obbligo. Mi era sfuggito questo
BRUCE CHATWIN, The Volga, Il Volga
On Yeti Tracks, Sulle orme dello yeti
la biblioteca di Repubblica-l’Espresso, Traduzione: Dario Mazzone
© 2011 Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.
Dopo poche pagine leggo:
“…Promise che a Khumjung, il suo villaggio, mi avrebbe fatto conoscere una donna che era stata realmente assalita dalla bestia. Di solito, disse, chi guarda negli occhi lo yeti è condannato a morire, ma lei era l’eccezione che confermava la regola.”
La memoria tradisce, trasforma i fatti in ricordi complici edulcorati. Il primo amoree Chatwin. Chatwin che ricordavo pulito, preciso, così inglese nei suoi racconti senza fronzoli, mi fa leggere che: ” chi guarda negli occhi lo yeti è condannato a morire, ma lei era l’eccezione che confermava la regola.”.
Allora, se la regola è che chi guarda negli occhi lo Yeti è condannato a morire, una donna che abbia visto negli occhi lo Yeti e non sia morta, è l’eccezzione che non conferma la regola. Il fatto che non sia morta invalida la regola, che per esser tale non ammette eccezzioni.
Non so se sono riuscito a spiegarmi, e non voglio sostituirmi anessun professore che analizzi i paradossi, ma la curiosità, e la stima che nutrivo nei confronti di Chatwin, ha avuto soddisfazione, leggendo l’originale, splendidamente riportato in questa edizione.
“…e got to his own village, Khumjung, he would introduce me to a woman who was actually attacked by the beast. Usually, he said, a person who looked into Yeti’s eyes was doomed to die: (45) but she had been the exception.”
E mi scuso con  che ha tradotto il testo, ma a  me sembra che Chatwin si fermi ad eccezione, se ben intendo.
non pago e insicuro delle mie intenzioni, vado a spulciare i miei vecchi libri di Chatwin:
Bruce Chatwin, CHE CI FACCIO Qui? Adelphi Edizioni, Milano.
Prima edizione: giugno 1990.
Titolo originale: “What Am I Doing Here?”
Traduzione di Dario Mazzone.
Ho trovato i due racconti, inseriti in questa splendida raccolta.
Va da sè che la traduzione è identica, essendo il traduttore molto probabilmente lo stesso, salvo un’eccezione, che si tratti di un caso di omonimia.

PILLOLA nr.25

LINO

Mi viene in mente, in questi giorni di ponti pasquali, un bel week end che trascorsi nel golfo dei poeti, nella riviera di levante, in Liguria. Eravamo in questa villa bellissima, in verità nella depandance, il villino dei custodi di questa villa nobile e decadente, con un giardino fantastico. Un giardino di quelli che si usavano nel romanticismo inglese, con piante esotiche in ordine sparso, con angoli diversi, appoggiati sulla parte alta di un promontorio. Il giardino finiva con un sentiero che consentiva l’accesso al mare in una baietta minuscola. Stupendo.

Eravamo come si dice amici di amici della ragazza e, con enorme sorpresa, scoprimmo il ragazzo della ragazza, che convenzionalmente chiameremo Lino. Lino viveva nel nostro stesso paese. Era un ragazzo perché adesso è uomo. Dopo i primi istanti di sorpresa, e i saluti convenzionali, tentavo di riconoscere nel volto, e più specificatamente negli occhi il ragazzo che era una volta. Devo precisare che Lino ha due anni più di me, e se adesso non sono significativi, all’età di tredici anni lo erano molto. Io contavo i quattro peli che mi spuntavano sotto il naso, Lino aveva già slamato due testine della Braun. Io giravo in bici, Lino aveva una vespa, una vespa elaborata come si usava allora, con l’adesivo degli Scorpions appiccicato sulla fiancata. Allora gli Scorpions dovevano sembrarmi un gruppo di tutto rispetto, un gruppo cattivo, di quelli con cui è meglio non attacar briga, un gruppo come quello di Lino, appunto.

Ma torniamo a quel week end, in quella villa splendida, il giardino, un tavolino all’aperto, dove Lino stava terminando la colazione. Cercavo negli occhi, se è vero che gli occhi sono l’unica parte del corpo che rimane immutata nel corso degli anni, il ragazzo che conoscevo, il ragazzo appollaiato sulla vespa, nel bar dei grandi, i grandi che invidiavamo e che volevamo imitare. Lino era in pigiama, un pigiama azzurrino, di quelli che già allora non si usavano più. Lino intingeva i bucaneve nel caffelatte. Lino era incurante del momento contingente, del mondo circostante, voleva fare colazione e basta, non gli importava che fosse in un giardino con piante esotiche secolari su un promontorio affacciato nel golfo dei poeti. Non gli importava che Louis Antoine de Bougainville  avesse combattuto per l’esercito francese molte battaglie nella guerra dei sette anni, che avesse colonizzato le isole Falkland Malvines, che fosse prima ancora un eccellente matematico. Louis Antoine de Bougainville  che si imbarcò con duecento marinai e intraprese, a metà del settecento, il giro del mondo, e, dal Brasile, portò in Europa il fiore a cui diede il proprio nome, e che adesso faceva bella mostra di sé alle sue spalle. A Lino pareva che non importasse niente,  fedele ai valori dei trigliceridi, ignaro del picco di glicemia, intingeva i bucaneve nel caffelatte, e basta. Non ero più sicuro di volerlo imitare, come già da tempo, avevo scoperto che gli Scorpions non mi piacevano poi tanto, anzi per niente, mi stimolano la peristalsi. Diciamo così, in omaggio alla poesia.

PILLOLA nr.24

ASPARAGI

Quello che mi piace di più degli asparagi, sono gli elastici.  Gli elastici perchè di solito sono due, verdi, belli spessi, e servono a tenere unito il mazzetto. Da molti anni mi piacciono, e da molti anni sono sempre gli stessi. Gli stessi ad alimentare le fantasie di un bambino, gli stessi a depositarsi, in un reparto del cassetto delle posate, salvo smaterializzarsi prima dell’arrivo della nuova stagione.
Un’altra cosa bizzarra degli asparagi, è quella particolarità, diciamo, che, se per caso ci si è dimenticati di averli mangiati, alla prima occasione, nell’intimità della minzione immediatamente successiva, subito ci si ricorda di loro. Non per tutti, e questa è la cosa bizzarra, perchè una parte della popolazione non ha i recettori necessari a distinguerli. Questione di naso.