PILLOLA nr.40

Garanin, la leggenda nera del Kolyma.

Ivan Kuzmic, ricordi Garanin?
Se lo ricordo? Questa èbuona. Ma se l’ho visto da vicino come vedo te in questo momento. Ispezionava una colonna di prigionieri. Non da solo, con la sua scorta. Prima che arrivasse c’era stato un preavviso telefonico: attenzione, c’è il caso che venga a ispezionare il lager di persona. Non era ancora partito da Magadan, che già stavamo schierati sull’attenti. Tutto ripulito, ridipinto, ricoperto di sabbia gialla. Quelli del comando correvano in qua e in là, impazziti dall’agitazione nervosa. Poi il sussurro: ‘Eccoli, eccoli’. Il cancello del lager viene spalancato e quello entra con la sua colonna: qualche automobile privata, qualche camion con la scorta personale. Lui scende dalla prima macchina, mentre quelli della scorta si schierano fulmineamente ai lati, con le Mauser e i giubbotti corti di montone. Lui indossa una pelliccia d’orso. La faccia torva, l’occhio mezzo calato da ubriaco, lo sguardo pesante come il piombo. Il maggiore che comanda il nostro lager gli corre incontro e con voce tremante si presenta a rapporto: ‘Compagno comandante dell’UsvitLag N.K.V.D.! Sezione staccata del lager pronta per l’ispezione’. ‘Avete prigionieri che scansano il lavoro?’ ‘Sì,’ risponde tremando il maggiore. Una dozzina di persone fa un passo avanti fuori della fila. ‘Ah sì, eh? Non vi va di lavorare, brutti figli di puttana?’ Ha già in mano la pistola. Pam! Pam! Pam! Tutti stesi. Gli uomini della scorta finiscono a revolverate chi ancora si muove. ‘E di recordisti, di quelli che superano la norma lavorativa, ne avete? Di primatisti del lavoro?’ ‘Sì, compagno direttore dell’UsvitLag N.K.V.D.!’ Tutta contenta, una fila di primatisti fa un passo avanti. Questi, almeno, non avranno nulla da temere. Garanin si avvicina col suo seguito, sempre tenendo in mano la Mauser dal caricatore vuoto. Senza voltarsi, la porge all’indietro ai suoi scagnozzi, ricevendone in cambio una pistola carica, che infila nella fondina di legno senza togliere la mano dal calcio. ‘E così voi sareste i primatisti lavorativi che superano la norma, eh?’ì’S,’ Sì’ rispondono quelli. ‘Nemici del popolo che superano la norma, eh?’ prosegue Garanin. ‘Maledetti nemici del popolo! Quelli come voi vanno tutti sterminati…’ Di nuovo: pam! pam! pam! e altre dieci persone giacciono a terra in un lago di sangue. Lui intanto si era come rasserenato, aveva lo sguardo più calmo. Aveva saziato la sete di sangue. A quel punto, il comandante del lager scorta gli illustri e graditi ospiti verso la mensa, al banchetto che li aspetta, felice come una pasqua di non essersi buscato una pallottola pure lui. Se gli girava, Garanin sparava anche ai comandanti dei lager. Sotto Garanin regnava l’arbitrio più sfrenato. La gente moriva come le mosche. (Anatolij Zygulin, “Czarne kamienie” [Le pietre nere]).
Garanin faceva fuori una, dieci, talvolta anche varie decine di persone al giorno. Nel massacrarle rideva o cantava canzonette. Non si sa perchè, Beria lo fece fucilare dall’oggi al domani come spia giapponese. C’è da scommettere che quel bestione semianalfabeta figlio di un contadino bielorusso, di professione fabbro ferraio, il Giappone non lo avesse mai sentito nominare in vita sua.

Ryszard Kapuscinski, IMPERIUM, Feltrinelli, Milano 1995.

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