PILLOLA nr.66

SFIDE

Tra i più curiosi modi di sfidarsi v’è quello a suon di bastonate sul capo, che spesso riduce il cuoio capelluto degli yanomami a un campionario di ampie e profonde cicatrici. Gli avversari, messi l’uno di fronte all’altro, si battono a colpi alterni. Il primo sferra con un apposito lungo palo flessibile un fendente
preciso sulla tonsura dell’altro, che lo riceve in modo solenne; costui a sua volta restituisce il colpo e spesso la lotta si conclude con un cranio sfondato. È tuttavia una «violenza regolata» che serve a risolvere malintesi, questioni d’onore e, perché no, anche a rinsaldare amicizie.

Walter Bonatti, In terre lontane, Baldini Castoldi Dalai editori, Milano 2009

«Gli asiatici sono un popolo posato e ragionevole: vedranno che è inutile perder tutto il patrimonio e daranno a khan Dgiangar quello che lui chiede, e a chi toccherà la puledra, lo decideranno di comune accordo a suon di frusta. (…) E tutt’e due nello stesso tempo si strapparono di dosso la vestaglia, il “beshmet”, ch’è il loro abito tartaro, e gli stivali di marocchino e le camicie di indiana e rimasero soltanto nei loro braconi a scacchi e pàffete, uno dirimpetto all’altro, si sedettero per terra, come beccacce della steppa, e aspettano seduti.
Per la prima volta m’era dato di vedere una cosa simile, e aspettavo che cosa sarebbe successo. E loro si erano dati l’un l’altro la sinistra e se la tenevano stretta, avevano allargato le gambe e ciascuno di loro aveva puntato le piante dei piedi contro le piante dell’altro e gridano: «pòrtale!» (…) E Bakshèj e Tchepkùn tendono il braccio per afferrare le fruste.
Il tartaro dalla faccia grave dice: «Aspettate», e da lui le fruste: una a Tchepkùn e l’altra a Bakshèj, e batte piano le mani, uno, due e tre… E come un lampo al tre Bakshèj a tutta forza frustò Tchepkùn al di sopra della spalla sulla schiena nuda, e Tchepkùn gli rese la pariglia. E cominciarono ad accarezzarsi a quel modo l’un l’altro: si guardavano negli occhi, si puntavano i piedi ai piedi per le piante e si stringevano forte la sinistra e con le destre si scudisciavano.(…) adesso anche per me era evidente che Bakshèj avrebbe immancabilmente ceduto, perché i suoi enormi occhi erano ormai tutti fuori dalle orbite, e le labbra erano tese come due corde, e si vedevano tutti i denti… Ed effettivamente Bakshèj staffilò Tchepkùn una ventina di volte ancora ed ogni volta sempre più debolmente, e di colpo indietreggiò e mollò la sinistra di Tchepkùn; e continuava a muovere ancora la destra, come se picchiasse ancora, ma ormai automaticamente, così privo di sensi com’era. Allora il mio conoscente dice: «Basta: le mie venti copeche se ne sono andate.» A questo punto i tartari si misero a parlare, gridavano evviva a Tchepkùn, e dicevano:
«Eh, Tchepkùn Emgurtchèev, hai una testa fina, gliele hai date sode a Bakshèj, ed ora la puledra è tua.»

Nikolàj Semënovitch Leskòv, L’ANGELO SUGGELLATO – IL VIAGGIATORE INCANTATO, Traduzione integrale dal russo di Ettore Lo Gatto, Mursia 1973

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PILLOLA nr.65

LASTRE
in sincronicità con la prima giornata di ritorno del campionato di serie A, Lazio-Milan 3-1
Non è invidiabile questo mestiere di gente che ti dice di accomodarsi nello studio, prima qualche battuta, come andiamo, che disastro quest’anno il Milan eccetera, ha passato delle buone vacanze eccetera eccetera, mi faccia un po’ vedere, e poi, in un silenzio improvviso e teso s’infila le mezze lenti, fa scivolare la lastra sul bianco del visore (mentre slitta via in obliquo sulle rotelle della poltroncina girevole), e all’improvviso, lì, sullo schermo di latte, al centro di una macchia che dovrebbe essere lo stomaco, o nel cono zebrato di un polmone, o dentro i tubi delle ossa, trasparenti come fantasmi, vede apparire qualcosa, vede una cosa, e questa cosa che non si dovrebbe vedere e invece lui vede significa che la persona seduta dall’altra parte della scrivania – uomo

o donna, giovane o vecchio, simpatico e intelligente e religioso e bugiardo, allegro oppure triste o qualsiasi altra cosa buona e cattiva si possa dire di lui e qualsiasi cosa costui sia o sia stato nel bene e nel male – deve morire.

Edoardo Albinati, Vita e morte di un ingegnere, MONDADORI 2012

PILLOLA nr.63

TRINCHETTO

Un giorno, dopo aver vagato senza meta per qualche tempo, sbarcai Kory-Kory e lasciai che la piroga andasse alla deriva in balia del vento.
Fu allora che Fayaway, rimasta con me, parve all’improvviso illuminata da una magnifica idea e, con un gridolino di gioia, sfilatasi di dosso l’ampia tunica di tappa che portava allacciata alla spalla (allo scopo di difendersi dai raggi del sole), e distesala a mo’ di vela, andò a mettersi eretta, in piedi, a braccia levate, sulla prua della piroga.
Noi marinai americani andiamo fieri delle dritte, perfette antenne delle nostre navi, ma, più leggiadro albero di trinchetto della personcina di Fayaway, non s’è mai visto levarsi dalla tolda di un naviglio.
In un attimo, la brezza spalancò la tunica di tappa–le lunghe trecce scure di Fayaway danzarono nell’aria–e la canoa scivolò rapida sul pelo dell’acqua, fuggendo verso la riva.
Seduto a poppa, ne guidai il corso servendomi della pagaia come d’un timone, finché la barca non ammarò sul dolce declivio della riva, e Kory-Kory, che era stato a osservare ammirato e stupito la nostra manovra, prese a battere le mani per la gioia e a strillare come un pazzo.
Da allora, più e più volte ci divertimmo a quel gioco.
Se per caso il lettore non avesse ancora rilevato come io fossi il devoto ammiratore della signorina Fayaway, dovrei concluderne che egli è ben poco esperto in faccende di cuore, e dal canto mio mi guarderò bene dal fornirgli ulteriori informazioni in proposito.

HERMAN MELVILLE, TAIPI, Mondadori

PILLOLA nr.62

Mr. BLACK

JONATHAN SAFRAN FOER, MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO, Traduzione di Massimo Bocchiola, Titolo originale: Extremely Loud & Incredibly Close, 2005 Ugo Guanda Editore S.p.A., Parma.
Drammatico.
E vorrei fermarmi qui. Come nelle schede di Mr. Black. Un archivio enorme, dove a ciascun nome è associata una parola; di solito soldi o guerra. La maggior parte delle persone significative, dice lui, Mr. Black, sono associate a guerra o soldi, nove su dieci.
Io volevo fermarmi a drammatico. Quando si descrive  un ragazzino di nove anni sulle tracce del padre morto nell’attacco dell’undici settembre, viene anche facile, il difficile è farlo bene come Jonathan Safran Foer. Con tutto il rispetto e le giuste lacrime versate per La Strada di Corman Mc Carthy, ancora irrangiungibile.
Ma non c’è niente da fare, non riesco a stare zitto, non riesco a fargliela passare. Per la miseria, avrà un editore, l’avrà letto qualcuno prima di darlo alle stampe. Massimo Bocchiola si sarà accorto mentre lo stava traducendo, gli avrà pure detto qualcosa, diamine!
“Ho provato la chiave nella serratura ma non funzionava, perciò ho  suonato il campanello, che si trovava nel punto esatto del nostro. Ho sentito  del rumore da dentro, e forse anche della musica da far venire i brividi, ma  sono stato coraggioso e sono restato lì. Dopo un tempo incredibilmente lungo, la porta si è aperta.[…] Mr Black l’ha chiusa nella sua mano e ha detto: «Sono ventiquattro anni  che non esco da questa casa!» «Cosa vuoi dire?» «Purtroppo, ragazzo mio,  esattamente quello che ho detto! Sono ventiquattro anni che non esco da questa  casa! Che i miei piedi non toccano la terra!» «E perché?» «Senza motivo!» «E  come fai con le cose che ti servono?» «E quali cose possono ancora servire a uno  come me?» «Cibo. Libri. Cose varie.» «Io chiamo per ordinare da mangiare, e loro  me lo portano! Telefono in libreria per avere dei libri, al negozio di video per  i film! Penne, cancelleria, sapone e detersivi, medicine! I miei vestiti, li ordino tutti per telefono! […]  Gli ho dato un buffetto sulla spalla e all’improvviso lui ha alzato gli occhi.
«Salve.»
Ha sorriso come faccio io quando la mamma scopre che ho combinato una cosa che  non va.
«Ti leggevo le labbra!» «Cosa?» Ha fatto segno al suo apparecchio acustico, che  non avevo ancora notato, benché mi sforzassi di fare attenzione a tutto. «L’ho  spento da tanto tempo!» «Lo hai spento?» «Tanto, tanto tempo fa!» «Apposta?»  «Volevo risparmiare le pile!» «Perché?» Lui ha alzato le spalle. «Ma non ti va  di sentire le cose?» Ha alzato le spalle un’altra volta, in un modo che non ho  capito se stava dicendo sì o no. E poi mi è venuta in mente un’altra cosa. Una  cosa bella. Una cosa vera. «Vuoi che te l’accenda io?»[…] o forse da quando l’aveva spento era diventato completamente  sordo, cosa che era possibile. Ci siamo guardati. Poi, ma di colpo, vicino alla  finestra è volato uno stormo di uccelli, velocissimo e incredibilmente vicino.  Saranno stati venti. Forse di più. Però sembravano anche uno solo perché, chissà  come, tutti sapevano esattamente cosa fare. Mr Black si è messo le mani sulle  orecchie e ha fatto un mucchio di rumori assurdi. É scoppiato a piangere, e ho  capito che non era di gioia, ma neanche di dolore.
«Stai bene?» gli ho chiesto piano.
Il suono della mia voce lo ha fatto piangere ancora, e mi ha risposto di sì con  la testa.

Allora. Da dove incominciare. Va bene, mettiamo che accanto al meccanismo sonoro collegato al campanello abbia installato parallelamente, anche un dispositivo luminoso  che attragga l’attenzione visiva, o qualche invenzione del genere.  E va bene, facciamola andare, ma le ordinazioni per telefono…no dai, come ha fatto  a scrivere queste cose…Voglio dire, questa è un’incoerenza macroscopica, e non so voi, ma queste cose mi fanno aumentare vorticosamente il movimento rotatorio testicolare. Perchè l’inciampare in questi errori travolge tutto il bello della narrazione. E non voglio stroncare un autore, un bel libro solo per questo, perchè sono anche d’accordo con il sig. Muninn , quando dice “Chi aveva amato Ogni cosa è illuminata troverà la stessa spumeggiante e multiforme tecnica di scrittura, la straordinaria capacità di Safran Foer di spiegare il dolore dell’universo con le parole di un bambino, di condensare tutta la tristezza e il dolore possibili in due parole sole al centro della pagina bianca, di rappresentare l’angoscia di chi ha perso tutto e non può fare nient’altro che smettere di vivere e di parlare, perché la vita è più spaventosa della morte e non c’è più niente che valga la pena dire. ”
Muninn, che per inciso, è un’altro che mi fa aumentare lo spin testicolare da tanto che scrive bene le recensioni di libri, come Viaggio al termine della notte, che dopo, a me, mi vien voglia di non scrivere più niente. Ecco, meno male che è arrivato Jonatan Safran Foer,  con quel pasticcio brutto fatto con le orecchie di mr. Black, e mi dispiace anche perchè in fondo è un bel libro, drammatico.