PILLOLA nr.73

NON C’è CARNE SENZA ARROSTO
CRITICA AL PROTONICHILISMO

Approfitto della lodevole iniziativa di Liberliber per leggere Padri e Figli di Turgenev. Una traduzione di libero accesso, datata 1930, e un po’ si sente, per avvicinarmi al grande scrittore russo che, dicono,  abbia definito per primo il significato di nichilismo.
Ora non vorrei spaccare il capello in quattro, o trovarmene uno nell’uovo, come si dice, ma vorrei mettere in tavola una questione primaria, anche se viene comunemente considerata un secondo. Un secondo piatto che può sbilanciare la teoria del nichilismo, fin dalle fondamenta! O forse, più semplicemente è un banale errore di traduzione. Allora prima di rivelare al mondo intero il piccolo errore che invalida la tesi, chiedo a Paolo Nori. Approfitto questa volta della sua pazienza, e chiedo una sua traduzione, che, per altro, aveva già fatto. In sostanza, ecco di sotto il carteggio intercorso tra il sottoscritto autore del diNamo blog, e il famoso autore:
Buongiorno Paolo, le scrivo per un probabile errore di traduzione. Copio sotto da Padri e figli, probabilmente  non era “arrosto”
. Cosa ne pensa?
Saluti
Massimiliano
– Anche tua madre, – notò Arcadio, – mi pare una donna eccellente.
– Sì, senza fiele sai. Vedrai che pranzo ci farà!
– Oggi non vi si aspettava, padrone, e non s’è pensato alla carne, disse Timoteo, che entrava in quel punto tirandosi dietro il baule di Basarow.
– E noi ne faremo senza della carne. Dove niente c’è, anche il re non può niente. Povertà non è vizio, si dice. (…) Dopo l’arrosto, Vassili scomparve un momento
TITOLO: Padri e figli, AUTORE: Turgenev, Ivan Sergeevic, TRADUTTORE: Verdinois, FederigoCURATORE: Verdinois, FederigoNOTE:CODICE ISBN E-BOOK:DIRITTI D’AUTORE: noLICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/libri/licenze/TRATTO DA: Padri e figli : romanzo / di Ivan Turgheniew ; traduzione e prefazione di Federigo Verdinois. – Milano : Fratelli Treves, 1930 ; settimo migliaio. – VIII, 285 p. ; 19 cm. – (Biblioteca amena ; 743).CODICE ISBN: non disponibile1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 10 maggio 2012
Buongiorno Massimiliano, l’ho tradotto anch’io, Padri e figli, la mia traduzione è questa:

Anche tua mamma sembra una donna eccellente, notò Arkadij.
Sì, mia mamma è senza malizia. Vedrai che pranzo che ci prepara.
Non vi aspettavamo oggi, babbino, la carne di manzo non l’hanno portata, disse Timofeic, che aveva appena portato dentro la valigia di Bazarov.
Ce la caviamo anche senza la carne di manzo. Se non c’è, pace. La povertà, dicono, non è un vizio. /…/ Dopo l’arrosto, Vasilij Ivanovic sparì per un attimo.

Probabilmente non era un arrosto di manzo.
Paolo

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PILLOLA nr.72

MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO

Un fiume in piena, le memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, con un’ansia di non dimenticare, di non dimenticare nessuno, nessun protagonista della storia della rivoluzione russa, dai primi del novecento alla seconda guerra mondiale. Solo la Treccani è riuscita a condensare in tre righe la sua biografia, incredibile, che copio sotto, e con piacevole sorpresa scopro che suo cognato risulti essere Daniil Charms, autore del manifesto che metto nei primi link del blog, ma con spiacevole rincrescimento non trovo più la fonte a testimonianza. Sarebbero mille i pezzetti degni d’esser citati, come l’episodio appena copiato sui tetti di San Pietroburgo, ma di seguito metto i momenti con la sorpresa del figlio sedicenne , il primo giorno in Belgio, dopo l’esilio, forse tra i momenti più paradossali della sua vita. Più sotto la sintesi della Treccani.

il mattino  dopo  il  nostro  arrivo,  esplorai quel quartiere provinciale.  Le case  dipinte  di  fresco  vi  conservavano l’aspetto delle vecchie città fiamminghe, con una architettura moderna preoccupata del gusto individuale; il selciato a blocchetti era lavato di  fresco.  Davanti  alle  botteghe  ci  fermavamo,  mio figlio e io, inesprimibilmente  commossi.   Le  vetrinette  erano   riboccanti   di prosciutti,  di  tavolette di cioccolata,  di panpepati,  di riso,  di frutta inverosimile,  arance,  mandarini,  banane!  Quelle ricchezze a portata di mano, alla portata di un disoccupato in un sobborgo operaio senza  socialismo  ne piano!  Era angoscioso.  Io sapevo tutto già in anticipo, ma la realtà mi prendeva alla gola come non ne avessi saputo nulla. C’era da piangere di umiliazione e di pena per la nostra Russia rivoluzionaria.  Ah!  se Tatjana vedesse  questo!  Se  Petka  potesse entrare  per  un  minuto  in  questa opulenta bottega,  di caramelle e cartoleria da due soldi, riservata agli scolari! Ah,  se…!Quelle giovani  donne,  quegli  scolari,  alla  cui  memoria  penosamente  ci strappavamo d’ora in ora non avrebbero creduto ai  loro  occhi;  quale non  sarebbe  stata  la  gioia  sui loro volti!  Essi esclamerebbero suggerrì amaramente  mio  figlio,  ecco  il  socialismo  realizzato! (…)  Il centro della città , con la sua opulenza commerciale, le sue insegne luminose,  la Borsa nel cuore  della  città, procurò a mio  figlio, entrato  nel  suo sedicesimo anno di scolaro sovietico,  degli stupori che le mie risposte incredibili aumentavano: Allora,  questa grande costruzione,  con  queste  botteghe  e  queste cascate  di  luci sul tetto appartiene a un uomo che può  farne ciò  che vuole?  Questo negozio,  dove ci sono abbastanza  scarpe  per  calzare tutta Orenburg, appartiene a un proprietario?.
ragazzo mio; il suo nome è scritto sull’insegna e questo signore ha  probabilmente  una  fabbrica,   una  casa   di   campagna,   delle automobili… Per lui solo?.
Insomma, …. La cosa sembrava folle all’adolescente sovietico, che riprese: Ma  per che vive quell’uomo?  Quale è lo scopo della sua vita?.  Il suo  scopo dicevo  io,  è generalmente  quello  di  arricchirsi  e arricchire i suoi figli…. Ma  se  è già ricco!  Perchè  vuole arricchirsi ancora?  Anzitutto è ingiusto, e poi vivere per arricchirsi, ma è idiota! E sono tutti così     i proprietari di questi negozi?. S, ragazzo mio, e se ti sentissero parlare ti crederebbero pazzo, un pazzo piuttosto pericoloso…. Non ho dimenticato quei colloqui perchè  insegnavano più cose a me  che a mio figlio.

Victor Serge, MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO (1901-1941), edizioni e/o, Roma 1999.

Serge, Victor Lvovic

Serge ‹sèr?›, Victor Lvovic. – Pseudonimo del rivoluzionario e scrittore russo V. L. Kibal´cic (Bruxelles 1890 – Città di Messico 1947). Proveniente da
una famiglia di rivoluzionarî russi, anarchico fin dal 1906, dal 1912 al 1917 fu imprigionato in Francia. In Russia dal genn. 1919, aderì al bolscevismo
e, a partire dal 1926, partecipò all’opposizione di sinistra ispirata da Trockij. Arrestato per breve tempo nel 1928, venne confinato fra il 1933 e il
1936; espulso dall’URSS, visse in Belgio, in Francia e, dal 1940, in Messico

PILLOLA nr.71

TROVATO

Trovato il pezzo originale di Victor Serge citato da Olivier Rolin, e riportato nella pillola nr.67:
Mi ricordo di un bizzarro scambio di fucilate sui tetti di  alti  edifici che  dominavano  un  canale azzurro cielo.  Degli uomini che fuggivano davanti a noi scaricavano su di noi le loro rivoltelle,  da  dietro  i camini.  Io  scivolavo sulle lamiere dei tetti e il mio pesante fucile mi  dava  incredibilmente  fastidio.   Gli  uomini   che   inseguivamo sfuggirono,  ma  io  conservai  della  città vista nel biancore magico delle tre del mattino una visione indimenticabile.

Victor Serge, MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO (1901-1941), edizioni e/o, Roma 1999.

PILLOLA nr.70

PASSAPORTO

Nel frattempo il vecchio impiegato cinese mezzo cieco, con il quale avevamo fatto la traversata del Khingan, dopo aver indossata una giacca blu e un cappello da ufficiale sormontato da un bottone di cristallo, ci dichiara l’indomani mattina che non poteva permetterci di andare più avanti. Il nostro anziano, lo aveva ricevuto nella nostra tenda insieme al suo segretario, e il vecchio, ripetendo le difficoltà che gli suggeriva quest’ultimo, sollevava mille difficoltà per non lasciarci procedere. Avrebbe voluto che ci accampassimo lì, aspettando che egli spedisse il nostro passaporto a Pechino e ne ricevesse istruzioni, ma noi rifiutammo decisamente. Allora trovò a ridire sul nostro passaporto.
– Che passaporto è mai questo? – diceva, guardandolo con disprezzo. Erano poche righe su di un comune foglio di carta protocollo, in lingua russa e mongola, e portava un semplice sigillo di ceralacca. – Avreste potuto scriverlo voi stessi e sigillarlo con una moneta, – osservava. – Guardate il mio: questo, ha valore, – e ci spiegò davanti un foglio di carta lungo mezzo metro, coperto di caratteri cinesi.
Me ne stavo in silenzio in disparte durante questo colloquio, imballando qualche cosa nella mia cassa, quando mi venne sotto mano un foglio della “Gazzetta di Mosca”. La “Gazzetta”, essendo proprietà dell’università di Mosca, portava un’aquila nell’intestazione. – Fategli vedere questo, – dissi al nostro anziano. Egli spiegò il voluminoso foglio stampato e mostrò l’aquila. – Quel passaporto llì era da far vedere a voi, – disse l’anziano – ma ecco quello che abbiamo per noi.
– Come, è tutto scritto per voi? – chiese il vecchio con terrore.
– Tutto per noi, – rispose l’anziano con sicurezza.
Il vecchio, un vero impiegato di Stato, era tutto confuso nel vedere uno scritto tanto voluminoso. Ci scrutò tutti, annuendo con il capo. Ma il segretario insisteva nel sussurrare al suo capo, il quale finnì con il dichiarare che non poteva permetterci di proseguire.
– Basta con le chiacchiere, – dissi all’anziano. – Date ordine di sellare i cavalli. – I cosacchi erano dello stesso parere e in un batter d’occhio la nostra carovana si mise in cammino, dopo aver salutato il vecchio impiegato e avergli promesso di dichiarare che – salvo il ricorrere alla forza, cosa che non poteva fare – egli aveva fatto di tutto per impedire la nostra entrata nella Manciuria, e che era colpa nostra se, malgrado tutto, avevamo proseguito per la nostra strada.

Piotr Alexeievic Kropotkin, MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO, Editori Riuniti, Roma 1968.

PILLOLA nr.69

CIRCOLONE

Sentita ieri al circolone, e fa più o meno così:
Sono entrato in uno di quei negozi dei cinesi a tutto un euro, ho comprato un robot sparamissili per mio figlio. Tornato a casa consegno il giocattolo a mio figlio che subito si accorge che il robot è rotto, i missili non partono. Il giorno dopo torno nel negozio dei cinesi e dico:”il robot non spara i missili, è guasto”
“no, è pacifista!”

PILLOLA nr.68

GALAPAGOS

Mia madre, per fortuna, non sapeva la causa della mia ilarità, pensava che avessi i nervi deboli, che fossi mezzo matto. E forse era vero, d’altronde.
Pensavo anche a questo, quella sera, guardando le scie striare il mare. E le Galapagos mi ricordavano quella storia incredibile che racconta Jan Valtin – era un tedesco, un marinaio rosso, un quadro del Komintern. E il Komin- tern? Oh, senti, lo cercherai sull’enciclopedia. Lo troverai su Internet. S’imbarca su un vecchio transatlantico, ad Amburgo (o forse era Brema) nella primavera del 1919. Gli spartachisti sono stati schiacciati, Rosa Luxemburg è stata uccisa, il suo corpo è stato gettato nel Landwehrka- nal. La nave è piena di rivoluzionari, ribelli di ogni credo,uomini feroci che fuggono da plotoni di esecuzione e corpi franchi. Una volta in mare, prendono il potere. Gli ufficiali si barricano sul ponte e nella sala macchine, nel resto della nave regna una libertà selvaggia. Ci sono bordelli, bische, tatuatori, riunioni e omicidi politici. Si mette ai voti il futuro. Alcuni vogliono diventare pirati nell’Atlantico del sud, ma la proposta che raccoglie la maggioranza dei consensi è la creazione di una repubblica sovietica sulle isole Galapagos, e chiedere ai bolscevichi armi e donne. (…) In mezzo al canale di Panama la metà dei candidati alle Galapagos ebbe voglia di sbarcare. La luce, le Americhe, la natura… Erano tutti proletari tedeschi, non dimenticare, arrivavano da un mondo in fiamme e in rovina, un mondo cosparso di morti, che puzzava di cadavere, e quindi ti puoi immaginare… i pappagalli, le farfalle… tutta quella verginità… Non poterono resistere. Si buttarono in mare, con i loro fagotti, e nuotarono fino alle rive del canale. E lì cominciarono a camminare nella giungla, completamente sbandati e bagnati. S’imbatterono in una ferrovia, si spogliarono e misero le loro cose ad asciugare  sui binari. Passa una locomotiva, si ritrovano uno con i pantaloni corti, un altro con un pantalone senza una gamba, un terzo con una camicia tagliata in diagonale, insomma più o meno tutti nudi. E cosi vengono arrestati. Questa storia mi tornava in mente quella sera guardando le scie striare l’azzurro del mare, incorniciato dalle viti, quella bellezza crepuscolare che non poteva più placare la mente tormentata di Demetrios.
Olivier Rolin, Tigre di carta, Traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy

PILLOLA nr.67

PANTHEON
Quel tipo, dici alla figlia di Treize, mi fa pensare a quella frase di Victor Serge sui delegati al primo congresso dell’Internazionale: «Come sono contenti di vedere finalmente delle parate dalle tribune ufficiali». Victor chi? Victor Kibaltchiche, detto Victor Serge, bisogna spiegarti tutto, un anarchico fantastico, alcuni suoi parenti avevano lanciato bussolotti di dinamite sotto le carrozze degli zar, esilio, lui incarcerato in Francia come complice della banda Bonnot, sovversivo a Barcellona, bolscevico a Pietrogrado, deportato in Asia centrale come trotskista, riassumendo una vita incredibile. Nelle sue Memorie c’è una scena in cui si sparano addosso, sui tetti di Pietrogrado, in una notte della primavera 1919, con dei Bianchi: tirano un po’ a caso, nascosti dietro i camini, e lui la cosa che ricorda è il biancore della città nella notte artica, e il colore del cielo riflesso nei canali. Ci sono persone che amiamo per una frase, un pensiero, un sorriso. Questo barbuto impedito dal suo fucile, che non sa mirare bene, che non ha veramente voglia di uccidere, nemmeno il «nemico di classe», e che si meraviglia della bellezza di Pietroburgo notturna, fa parte del mio piccolo pantheon portatile.
Olivier Rolin, Tigre di carta, traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy