PILLOLA nr.67

PANTHEON
Quel tipo, dici alla figlia di Treize, mi fa pensare a quella frase di Victor Serge sui delegati al primo congresso dell’Internazionale: «Come sono contenti di vedere finalmente delle parate dalle tribune ufficiali». Victor chi? Victor Kibaltchiche, detto Victor Serge, bisogna spiegarti tutto, un anarchico fantastico, alcuni suoi parenti avevano lanciato bussolotti di dinamite sotto le carrozze degli zar, esilio, lui incarcerato in Francia come complice della banda Bonnot, sovversivo a Barcellona, bolscevico a Pietrogrado, deportato in Asia centrale come trotskista, riassumendo una vita incredibile. Nelle sue Memorie c’è una scena in cui si sparano addosso, sui tetti di Pietrogrado, in una notte della primavera 1919, con dei Bianchi: tirano un po’ a caso, nascosti dietro i camini, e lui la cosa che ricorda è il biancore della città nella notte artica, e il colore del cielo riflesso nei canali. Ci sono persone che amiamo per una frase, un pensiero, un sorriso. Questo barbuto impedito dal suo fucile, che non sa mirare bene, che non ha veramente voglia di uccidere, nemmeno il «nemico di classe», e che si meraviglia della bellezza di Pietroburgo notturna, fa parte del mio piccolo pantheon portatile.
Olivier Rolin, Tigre di carta, traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy

 

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