PILLOLA nr.70

PASSAPORTO

Nel frattempo il vecchio impiegato cinese mezzo cieco, con il quale avevamo fatto la traversata del Khingan, dopo aver indossata una giacca blu e un cappello da ufficiale sormontato da un bottone di cristallo, ci dichiara l’indomani mattina che non poteva permetterci di andare più avanti. Il nostro anziano, lo aveva ricevuto nella nostra tenda insieme al suo segretario, e il vecchio, ripetendo le difficoltà che gli suggeriva quest’ultimo, sollevava mille difficoltà per non lasciarci procedere. Avrebbe voluto che ci accampassimo lì, aspettando che egli spedisse il nostro passaporto a Pechino e ne ricevesse istruzioni, ma noi rifiutammo decisamente. Allora trovò a ridire sul nostro passaporto.
– Che passaporto è mai questo? – diceva, guardandolo con disprezzo. Erano poche righe su di un comune foglio di carta protocollo, in lingua russa e mongola, e portava un semplice sigillo di ceralacca. – Avreste potuto scriverlo voi stessi e sigillarlo con una moneta, – osservava. – Guardate il mio: questo, ha valore, – e ci spiegò davanti un foglio di carta lungo mezzo metro, coperto di caratteri cinesi.
Me ne stavo in silenzio in disparte durante questo colloquio, imballando qualche cosa nella mia cassa, quando mi venne sotto mano un foglio della “Gazzetta di Mosca”. La “Gazzetta”, essendo proprietà dell’università di Mosca, portava un’aquila nell’intestazione. – Fategli vedere questo, – dissi al nostro anziano. Egli spiegò il voluminoso foglio stampato e mostrò l’aquila. – Quel passaporto llì era da far vedere a voi, – disse l’anziano – ma ecco quello che abbiamo per noi.
– Come, è tutto scritto per voi? – chiese il vecchio con terrore.
– Tutto per noi, – rispose l’anziano con sicurezza.
Il vecchio, un vero impiegato di Stato, era tutto confuso nel vedere uno scritto tanto voluminoso. Ci scrutò tutti, annuendo con il capo. Ma il segretario insisteva nel sussurrare al suo capo, il quale finnì con il dichiarare che non poteva permetterci di proseguire.
– Basta con le chiacchiere, – dissi all’anziano. – Date ordine di sellare i cavalli. – I cosacchi erano dello stesso parere e in un batter d’occhio la nostra carovana si mise in cammino, dopo aver salutato il vecchio impiegato e avergli promesso di dichiarare che – salvo il ricorrere alla forza, cosa che non poteva fare – egli aveva fatto di tutto per impedire la nostra entrata nella Manciuria, e che era colpa nostra se, malgrado tutto, avevamo proseguito per la nostra strada.

Piotr Alexeievic Kropotkin, MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO, Editori Riuniti, Roma 1968.

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