PILLOLA nr.81

PENSIERINI

Quello che trovo ancora più comico però è il didascalismo di certi settimanali di costume. Mi riferisco a quei rotocalchi con in copertina immancabilmente qualche esponente di case reali o i papi, il cui target di lettori mira molto ai pensionati e che di solito si trovano nelle sale d’attesa di medici e dentisti. Almeno, io è lì che li sfoglio. Queste pubblicazioni rispondono evidentemente a regole redazionali precise. Per esempio, la necessità di mettere tra virgolette termini stranieri entrati ormai nel linguaggio più comune, tipo la “top model”, l’ “hard disk”, il “lifting”, come se si trattasse di linguaggi esoterici. O l’abitudine di esplicitare ogni riferimento, anche il più banale.
In questo senso, il capolavoro assoluto è stato raggiunto in un servizio sulla casa della conduttrice Paola Barale. Il classico reportage in cui il divo di turno mostra la propria cucina e il salotto, sorridendo orgoglioso fra le sue cose. Nel caso specifico, un ritratto era completato dalla seguente frase: “Paola Barale posa sul letto della propria camera. Alle sue spalle, “la Gioconda”, il quadro preferito di Paola (l’originale è conservato al museo del Louvre a Parigi)”. Quando ho letto la parentesi sono scoppiato a ridere, a beneficio dei tutti gli astanti della sala d’attesa del mio dentista. Ma davvero ha senso specificare una notizia del genere?, mi sono chiesto. Possono esistere lettori che credano che l’originale del quadro più famoso del mondo sia esposto a casa di Paola Barale?!?
Il mondo è un posto veramente assurdo.
Pubblicato da Matteo B. Bianchi
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PILLOLA nr.80

PIZZE

Capita sempre più di frequente, che davanti ad un menù con cinquanta pizze differenti,si avanzino richieste imbarazzanti. Richieste  come una margherita, ma  con doppia mozzarella, una margherita, ma senza origano, una alle verdure si, ma senza i peperoni, e via così. Un mio amico, rimasto l’ultimo ad ordinare, guardaindulgente il cameriere e fa:
una prosciutto e funghi ma senza pizza.

PILLOLA nr.79

IL BEL RENE’

In un’intervista al Corriere ha parlato del suo incontro con Vallanzasca.

Ho cenato a casa sua pochi anni fa. Non è più il bel Renè, ha tutta la faccia spaccata perché in prigione gliene hanno fatte di tutti colori. Rappresenta la vecchia malavita con un codice d’onore. La prima volta che lo prendono a Roma, negli anni Settanta, in mezzo alla folla sociologizzante dell’epoca un giornalista gli domanda: «Lei si ritiene una vittima della società?». E lui: «Non diciamo cazzate».
Silvia Truzzi intervista Massimo Fini per Il fatto quotidiano del 21 dicembre 2014