PILLOLA nr.132

ALDO BUZZI

“”…Quando ero piccolo, i denti d’oro, gli occhiali, la pancia mi sembravano segni di importanza, di bellezza. Al posto della pancia degli adulti avevo un buco, simbolo del fatto che non contavo niente, non avevo peso, autorità. Alla una i primi bagnanti cominciavano a avviarsi verso la pensione. L’uomo con la pancia, denti d’oro e occhiali chiamò con un cenno il bagnino e si fece portare, li in poltrona, sulla riva del mare, un piatto di pastasciutta. Abbondante. Al pomodoro. Con molto formaggio. Forse gli spaghetti che il bagnino serviva sulla spiaggia non erano al dente. Ma che importava, con la fame che veniva dopo il bagno? Seguivo con gli occhi sbarrati ogni forchettata che, arrotolata a perfezione, passava dalla fondina ai denti d’oro; sentivo il sapore del pomodoro come se lo avessi avuto in bocca… Poi è venuta l’età della conoscenza (degli spaghetti al dente) e infine quella delle crisi. Ogni tanto sono preso da una violenta nostalgia della cucina delle mense (collegio, caserma, ufficio, ospedale), di un piatto di pasta alla rovescia. Corro in una trattoria qualunque, mi siedo, e senza nemmeno leggere la carta ordino uno spaghetto al ragù. Non lo chiedo espresso, e questo significa che sarà stracotto; e lo chiedo al ragù, che di solito considero un sugo da evitare, perchè in quel momento è il sugo che desidero. Vorrei perfino gridare al cameriere: Mi raccomando, nel piatto freddo! Ma non ce nè’ bisogno, il piatto arriverà gelato. Divorati gli spaghetti stracotti al ragù con piacere, devo dire , la crisi è passata..””.

Aldo Buzzi, Uovo alla Kok, Adelphi 1979

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PILLOLA nr.131

POESIE

Dal solito blog di Paolo Nori, che stò praticamente saccheggiando, questo post di martedi 26 aprile, bellissimo:””…
L’anno scolastico termina generalmente con la fine di maggio, quando le Notti Bianche arrivano in questa città per restarvi per tutto il mese di giugno. Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d’ore – un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti ornati d’oro prendono l’aspetto di un delicato servizio di porcellana. C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l’acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua…””

[Iosif Brodskij, Guida a una città che ha cambiato nome, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), pp. 69-70]

PILLOLA nr.130

CAFFE’

“”…Riempite la caldaia della caffettiera sino alla valvola di sicurezza. In una caffettiera classica da 3 tazzine sono circa 150 g di acqua. Non andate oltre: Sotto il filtro a imbuto si deve lasciare una piccola sacca d’aria (circa 20-25 cm^3) e il caffè nel filtro non deve toccare l’acqua sottostante. Questo è importante, come vedremo, per il funzionamento corretto dell’apparecchio.
L’acqua non deve avere troppi sali disciolti sia per non lasciare troppi residui nella caffettiera che, col tempo, potrebbero causare un malfunzionamento, sia per non alterare il sapore del caffè impartendo un sapore amaro. I valori suggeriti degli ioni disciolti sono: calcio < 60 mg/l, bicarbonato < 200 mg/l, magnesio < 15 mg/l. Se l’acqua erogata dal vostro rubinetto rende il caffè amaro, o è ricca di cloro, potete utilizzare acqua in bottiglia con valori più bassi.
(…) Quanto caffè?
In una “tre tazzine” si usano circa 15 grammi di caffè macinato. Il caffè per la Moka deve essere macinato con una grana più grossa rispetto a quello per una macchina da espresso dove la pressione più elevata (circa 9 bar) richiede uno strato di caffè compatto macinato più finemente.
Riempite il filtro sino all'orlo senza creare una montagnetta. Premere o non premere? Non premete il caffè! Altrimenti rallentate la risalita dell’acqua. Ma non fateci nemmeno dei buchetti, altrimenti la facilitate troppo. In entrambi i casi alterereste il tempo di contatto ottimale tra acqua e caffè.
Coperchio aperto o chiuso? C’è chi tiene chiuso il coperchio e chi lo lascia aperto. Fate come preferite; vi sono molte leggende al riguardo, ma non fa alcuna differenza. Io, se sono in cucina, lo tengo aperto per controllare meglio quando spegnere il fuoco.
Accendiamo il fornello. Fiamma alta o bassa?

È meglio scaldare a fiamma bassa per far salire gradualmente la temperatura, ritardare l'ebollizione dell'acqua e far uscire lentamente il caffè dalla colonnina. Se avete fretta andate al bar
😉 (…) Il caffè ora è pronto, ma prima di versarlo nella tazzina è meglio mescolarlo. Il primo caffè uscito, quello a 70 gradi, è più acido e aromatico. A mano a mano che esce si stratifica il caffè più caldo ma anche più amaro. Poiché lo strato caldo è già in superficie non si attivano le correnti convettive che lo rimescolerebbero, come fanno invece in una pentola d'acqua per la pasta, e quindi va mescolato a mano. Ora il caffè è pronto per essere bevuto…""

estratto dal blog di Dario Bressanini
http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/04/07/la-scienza-del-caffe-con-la-moka/

PILLOLA nr.129

ACHILLE E LA TARTARUGA

Nella mia posizione di osservatore privilegiato, al tavolo undici in piazza parravicino a Tornavento, posso osservare dei comportamenti fissi, sempre uguali a se stessi, come in una recita scolastica che si ripete all’infinito. In una di queste parti Achille insegue la tartaruga, e, nel caso specifico, la tartaruga è la cassa. Achille fa un passo, e la cassa è più vicina, Achille fa un passo più breve, e la cassa è ancora più vicina, così di seguito senza mai raggiungerla. Cosa differisce il mito dell’antica Grecia dal nostro amico del tavolo undici? Sono gli altri commensali che si frappongono tra lui e la cassa, e, com’è, come nonè, Achille è sempre perdente, se vistodalla cassa, che infatti non lo vede mai, sempre che Achille voglia raggiungerla veramente.

PILLOLA nr.128

IKEA

Sono convinto che Niccolò Fabi abbia preso ispirazione dalle ultime pagine del catalogo Ikea. Non chiedetemi perchè, non ditemi che oggi ci sono le google map e mille altre applicazioni per lo smartphone, lo so, ma sono convinto che Niccolò sia rimasto a fissare le ultime pagine del catalogo Ikea, dove sono stampate le cartine dei magazzini accanto ai raccordi a quadrifoglio delle uscite autostradali.

Niccolò Fabi – Ha Perso La Città – YouTube

PILLOLA nr.127

NOMI

“”…e credo non sia un caso che, nella letteratura russa dell’otto e del novecento, i personaggi con nome e patronimico uguale, Maksim Maksimyč di un eroe dei nostri tempi di Lermontov, Akakij Akakevič del Cappotto di Gogol’, Anton Antonovič del Revisore di Gogol’, Il’ja Il’ič Oblomov dell’Oblomov di Gončarov e Poligraf Poligrafovič di Cuore di cane di Bulgakov sono tutti personaggi comici, sono tutti un po’ delle vittime, non sono gli eroi, per essere eroi, sia pure dei nostri tempi, c’è bisogno di un nome e patronimico come quelli di Pečorin: Grigorij Aleksandrovič; ecco: di un Grigorij Aleksandrovič ci si può innamorare senza vergogna, così come di un Rinaldo o di un Ronaldo, non di uno che, come Gano, ha un capitano che si chiama Magagna e un cavallo che si chiama Mattafellone, né ci si può innamorare di un Morgante, di un Margutte o di un Marcovaldo, che, hanno, tra l’altro, come Akakij Akakevič e Poligraf Poligrafovič, degli interessi tutti diversi, cioè che, ad innamorarsi, mi sembra non ci pensino minimamente…””

Dal post, bellissimo, I nomi, del 24 aprile, nel blog di Paolo Nori.

PILLOLA nr.126

COCCODRILLI

“”…Sergej ci aveva fatto caso perché quella stessa mattina aveva visto un documentario sull’Australia su Animal Planet. Parlava dell’intelligenza dei coccodrilli nel Northern Territory, che memorizzavano le abitudini delle loro prede. Quando un uomo si accampava nel bush, spesso la mattina appena sveglio percorreva il sentiero lungo il billabong per andare ad attingere acqua. Sul sentiero si sentiva al sicuro dal coccodrillo che lo guardava disteso nell’acqua. Se passava un’altra notte in quel luogo, l’indomani mattina si sarebbe ripetuta la stessa scena. Ma se ci passava una terza notte, la mattina l’uomo non avrebbe visto il coccodrillo. Avrebbe invece udito degli scricchiolii nel bush sul lato opposto del sentiero e poi l’animale sarebbe apparso all’improvviso trascinandolo in acqua…””

Jo Nesbø, Lo spettro, Einaudi 2012