PILLOLA nr.155

L’ARROGANZA DEL SEDERE

“”…Uno andava sempre nel bar che c’è all’angolo tra Borgo Regale e Via XXII Luglio, aveva sempre gli occhiali neri e un grosso cappello in testa. Era vecchio e al bar ci arrivava abbracciato alla badante che lo lasciava lì prima di andare a fare la spesa, arrivava e si sedeva e la badante gli diceva, vado a fare la spesa, e lui rispondeva, aaahhhh perché non riusciva più mica tanto a parlare, ordinava un bicchiere di lambrusco che beveva con una cannuccia e restava lì a guardare chi entrava e chi usciva e ogni tanto diceva aaahhhhh, però quando nel bar entrava una donna diceva, che bel culo…””

Repertorio dei matti della città di Parma, a cura di Paolo Nori,Marcosymarcos, 2016

PILLOLA nr.154

IMAGINE THERE’S NO COUNTRIES….

“”… mi ammalai e andai a finire in un ospedale militare. Al momento del mio ingresso fui avvertito: se vai in giardino incontrerai un ragazzo francese. Non devi parlargli. E’ figlio di un cecchino che abbiamo ammazzato e dunque è tabù!. Naturalmente per me questo avvertimento non era altro che un’esortazione, anzi un dovere, a mettermi in contatto al più presto con quel ragazzo. In effetti, in giardino lo vidi subito. Come me, era sui quindici anni e, passandogli accanto, gli chiesi sottovoce in tedesco se capiva la mia lingua. Scosse la testa. Quando, facendo il nostro giro di ronda, ci incontrammo per la seconda volta fu lui a chiedermi qualcosa in francese e, a mia volta, scossi il capo. Al nostro terzo incontro, mi venne l’idea di parlargli in latino, dato che probabilmente a scuola aveva studiato latino, come me. Il latino era ancora o, per lo meno in questo caso, di nuovo, lingua franca. Fin da subito Ci capimmo immediatamente con grande emozione. Prima che mi allontanassi, mi sussurrò di scendere in giardino di nascosto quando si sarebbero spente le luci dell’ospedale: avremmo fatto un po’ di festa. Così, sgattaiolai in giardino dove lui mi stava già aspettando. Mi guidò a una baracca; aveva aperto un atlante su una cassa: era la carta d’Europa, a destra e a sinistra aveva messo due candele e per terra aveva preparato un secchio da marmellata con dentro della vernice bianca. Ora fondiamo “Europa Unita”, dichiarò tutto contento e lo facemmo per davvero, dipingendo di bianco tutti i Paesi d’Europa così che non si potevano più vedere i confini. Per rendere ancora più festosa e simbolica la nostra opera, con un temperino certamente poco pulito, incidemmo sul palmo delle nostre mani delle lettere, credo E. U., che volevano dire Europa Unita. Dato che poi sanguinavamo moltissimo, corremmo dall’infermiera, che era alsaziana e odiava la guerra. Quando ci vide chiese: Che avete combinato?. Non abbiamo combinato, rispondemmo. Abbiamo fondato la prima federazione dei popoli. Lei capì subito e ne divenne il terzo membro. ..””

Gunther Anders, OPINIONI DI UN ERETICO, 1991 Edizioni Theoria s.r.l., Roma – Napoli.

PILLOLA nr.153

MONTAIGNE

“”…Al lettore.

Questo, lettore, è un libro sincero. Ti avverte fin dall’inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine, se non domestico e privato. Non ho tenuto in alcuna considerazione ne il tuo vantaggio ne la mia gloria. Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito. L’ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti e amici: affinchè dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto) possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori, e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me. Se lo avessi scritto per procacciarmi il favore della gente, mi sarei adornato meglio e mi presenterei con atteggiamento studiato. Voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione ne artificio: perchè è me stesso che dipingo. Si leggeranno qui i miei difetti presi sul vivo e la mia immagine naturale, per quanto me l’ha permesso il rispetto pubblico. Chosì se mi fossi trovato tra quei popoli che si dice vivano ancora nella dolce libertà delle primitive leggi della natura, ti assicuro che ben volentieri mi sarei qui dipinto per intero, e tutto nudo. Così lettore, sono io stesso la materia del mio libro: non c’è ragione che tu spenda il tuo tempo su un argomento tanto frivolo e vano. Addio dunque; da Montaigne, il primo di marzo millecinquecentottanta…””

Michel de Montaigne, SAGGI, Libro primo, Adelphi, Milano 1966.

PILLOLA nr.152

LAMPADINE

“”…Ho fatto un sogno.
– E cioè?
– Era come se mi fossero spuntate le ali. Poi era come se volassi sopra la città e spegnessi tutte le lampadine elettriche.
– Le lampadine? – osservò Fima interessato. – È chiaro. Secondo Freud indica insoddisfazione sessuale. Le lampadine simboleggiano il pene.
– E le ali?
– Le ali – rispose Fima – anche quelle simboleggiano il pene.
Marusja disse:
– A quanto posso capire, questo vostro Freud non ha niente da invidiare a Razudalov. Non riesce a pensare ad altro…””

Sergej Dovlatov, straniera, Sellerio 1999

PILLOLA nr.151

FELICITA’

“”… I miei tentativi di allontanarmi dal mondo così piacevole dove ero nato, e che col tempo mi era diventato insopportabile senza smettere di essere l’unico mondo nel quale mi sembrasse possibile vivere, mi avevano fatto diventare non molti anni fa qualcosa di simile alla ragazza che ho vista sulle scale per Anestesia. Si era occupato di me il primo Servizio psichiatrico, quello solo ambulatoriale. Ero stato a un passo dal perdere la capacità di decidere qualcosa, a un passo dall’essere ridotto nella condizione meno che infantile di questa ragazza. Avevo male e il mio male era così forte che il sogno di rinunciare a tutto e di affidarmi completamente alle mani altrui era diventato il mio pensiero unico. Infatti avevo cominciato a rinunciare. Avevo rinunciato a lavorare. Avevo rinunciato a controllare quello che mangiavo e che bevevo. Avevo rinunciato ai miei amici. Avevo rinunciato a una ragazza alla quale, solo qualche mese prima, ero convinto di volere bene. Pensavo che rinunciando a tutto avrei trasformato la mia vita in un sogno. Non dover decidere nulla, essere accompagnato al bagno o alla passeggiata nei giardini- Mangiare sempre alle stesse ore. Appartenere alla comunità dei malati e degli incapaci ai quali non si chiede nulla. Limitare il mio futuro (desideri, aspettative, progetti) alla passeggiata del pomeriggio o alla medicina per dormire. Vedendo la ragazza grassa salire le scale davanti a me mi è sembrato di tornare indietro. In quel momento mentre aspettavo che salisse uno scalino alla volta, pensavo che forse quella ragazza era veramente felice avendo completamente perduto il controllo di se stessa. La tua felicità terrena, le dicevo mentalmente, non perchè sia una felicità meritevole ma per il prezzo al quale è stata pagata, sarà compensata dopo il mondo con la felicità dell’appartenenza assoluta a un altro: come una caduta che non può finire, un’immersione senza annegamento, un dio nel quale ci si perde. Io mi chiedo se la felicità che la Tilli cercava fosse di questa specie…””

Giulio Mozzi, La felicità terrena, 1996 Giulio Einaudi editore s. p. a , Torino.