PILLOLA nr.166

MENO 202

“”… I
MARSIGLIA. L’ARRIVO

Il 28 febbraio 1815 la vedetta di Notre-Dame-de-la-Garde segnalò il trealberi Pharaon, proveniente da Smirne, Trieste e Napoli…””

Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo, Mondadori 2003

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PILLOLA nr.165

THE TIMES THEY ARE A CHANGIN

“”… Un sottufficiale che ho conosciuto divideva i soldati di leva, e quindi l’umanità, in due gruppi irrimediabilmente contrapposti: i bravi ragazzi e le teste di cazzo. Immagino sia chiaro a cosa si riferiscano queste categorie che, per quanto mi riguarda, considero tuttora valide. A chi non riuscisse a farsene un’idea, suggerisco di dare uno sguardo alla fotografia di Bob Dylan stampata sulla copertina del disco appena citato: fragile, arrogante, testardo, con lunghe ciglia da ragazza e l’aria di chi è deciso a rispondere di no a qualsiasi cosa gli si chieda, ecco, quella è la testa di cazzo per eccellenza…””
Emmanuel Carrere, Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi, 2016

PILLOLA nr.164

AUTOLAVAGGIO

“”… Un giorno andarono tutti insieme al drive-in, dove davano l’intero ciclo del Pianeta delle scimmie. All’epoca i film erano solo tre, ma Phil, ispirato dalle canne che circolavano in macchina, immaginò per i suoi amici la trama di quelli che sarebbero seguiti, fino al numero 8, Il figlio del ritorno del pianeta delle scimmie, in cui si scopre che tutti i grandi personaggi della Storia, Giulio Cesare, Shakespeare, Lincoln, erano in realtà delle scimmie. Dick impersonava ognuno di loro, grattandosi le ascelle ed emettendo gridolini acuti. Gli altri sparsero i popcorn dappertutto a forza di ridere.
Dopo il drive-in andarono in un autolavaggio e passarono con la macchina sotto le spazzole rotanti in quella specie di tunnel di schiuma che rombava minaccioso come un terremoto. Appena il congegno si fermava inserivano altre monete. A detta di tutti era ancora meglio del cinema…””

Emmanuel Carrere, Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi, 2016

PILLOLA nr.163

INTENSO

“”… “Intenso” è l’aggettivo numero uno che usa chi mi guarda e decifra la mia (inesistente) personalità a partire da questi occhi infossati, che sembra sempre mi abbiano preso a pugni in faccia un attimo prima di entrare in scena. (Parentesi: ci sono nata.)
Il primo è “intenso”. Il secondo è “inquieta”.
Qualcuno li butta lì come sostituti di “femmina”. Chi conosce il mio lavoro (aiuto) arriva a certe conclusioni perché io scrivo che “l’aborto è un diritto, non una scelta”, e almeno una volta ho fantasticato su una macchina per aborti dove lanciare i figli che non volevo. (Somigliava a una pressa industriale. Era grande, nera, metallica.) In più, considero parte di quello che “il mio pubblico” può sapere di me, chiunque sia il pubblico, il fatto che ho smesso di andare a correre in pineta con l’iPod perché vedevo sempre la mia schiena in movimento attraverso gli occhi dell’uomo che stava per tirarmi una bastonata alla nuca, e passavo il resto della corsa a saltare da un brano all’altro, in cerca della canzone migliore da avere in sottofondo mentre ti ammazzano in un bosco. (E la vincitrice è Keep on Loving You dei REO Speedwagon.) Oppure, il fatto che una volta ho mollato un tizio perché gli avevo promesso di prenderlo nel culo in cambio di una bambola con la faccia di Christina Aguilera, e si stava avvicinando l’ora di saldare il conto.
Come dite voi?
Intensa…””

Violetta Bellocchio, Il corpo non dimentica, Mondadori 2014

PILLOLA nr.162

MINCHIA DI MARE
“”… Infine e soprattutto, mio cugino Uccio. Mio cugino era più grande di me di un anno e si chiamava Davide com’ammìa, epperò mentre ammìa mi chiamavano intero,
per lui usavano il diminutivo. Forse perché era babbu, scimunito, ma scimunito vero. D’estate in campagna dai miei zii, con i miei genitori che non si
parlavano, con quel gran cauru, l’unica cosa da fare era andarsene a caccia di grilli per i campi di grano con quel babbu di mio cugino Uccio.

Giravamo sotto il sole, armati di paletta e secchiello, tra le spighe appena mietute che ci fiddiavano i piedi, lasciandoci vesciche e papole a tinchitè.
Camminando, sbattevamo forte i sandali del dottore Sciolt, raccussì i grilli si scantavano e saltavano via. Il gioco era di schiacciarli con la paletta
non appena atterravano, prima che saltassero un’altra volta. Poi li mettevamo nel secchiello per darli da mangiare ai pesci russi nella gebbia di pietra.

I grilli avevano le ali di colore diverso, russe e verdi di solito, raramente viola. «Chiddi viola sono i più buoni» mi disse un giorno mio cugino Uccio,
portandosene uno alla bocca. «Tiè ccà, assaggia» bofonchiò, con una zampina che gli nisceva dalle labbra. E mi spinse un grillo verso la faccia.

«Mangia! Mangia, ti ho detto» iniziò a schigghiare Uccio vista la mia riluttanza. «Non sei masculu se non mangi!». Nuddu doveva dubitare della mia virilità
e mi infilai l’insetto in bocca; il grillo, però, era ancora vivo e mi abbastò sentirmelo muovere sulla lingua per mettermi a sputare e a rovesciare.

«Sei proprio una minchia di mare» commentò Uccio…””

Minchia di mare, Arturo Belluardo, 15 febbraio 2017, Pubblicato da giuseppe schillaci, Anteprima del secondo romanzo di Arturo Belluardo
https://www.nazioneindiana.com/2017/02/15/minchia-mare-arturo-bellardo/