PILLOLA nr.174

FREE TIBET

“”… Dopo circa 100 chilometri pieghiamo verso ovest, traversiamo alcuni torrenti e raggiungiamo un ampio altopiano che si stende sconfinato. A destra e a sinistra lo cingono catene di cime e il loro marrone bluastro spicca nettamente dalla piana color oliva. Dei fiumiciattoli la solcano come lampi argentati e il loro disegno geometrico a zigzag, ben lontano da ogni romantica sinuosità, mi affascina. L’ampia pianura è punteggiata dalle nere macchie delle mandrie di yack al pascolo. Il cielo blu è percorso da quelle tipiche nuvole che esistono solo in Tibet. Sotto sono ampie e piatte come la pianura, di sopra si ergono con le più incredibili forme di animali: draghi, tigri, carpe e fiori di loto veleggiano sullo sconfinato altopiano. Queste spesse e bianche figure di nuvole gettano sulla steppa enormi ombre come isole alla deriva. All’orizzonte emerge un cavaliere solitario, passa sopra la pianura e si perde. Qui la solitudine ha una dignità che non ho mai visto prima. In un lampo afferro il significato della metafora «celato nel cosmo». Qua e là sono sparse delle tende nere. Tra le pietre piccoli cespugli di fiori gialli, minuscoli nontiscordardimé azzurri, primule scarlatte. A sinistra, addossato alla collina, il villaggio dei «Quattro Draghi” composto da belle case tibetane ad un piano, dipinte di bianco; sui tetti gli sterpi per l’inverno. Al di sopra delle scure porte di legno vi sono corna di yack e dipinti decorativi in blu e rosso. Di fronte, a chilometri di distanza, un lago azzurro come una fata morgana. Dietro, una montagna si erge nel cielo con la sua ripida parete di ghiaccio. Ai suoi piedi una bianca nuvola di pecore. Un’atmosfera tersa, un paesaggio nel quale si può vedere a distanza di giornate di viaggio. Un tibetano che porti questa terra nel cuore non potrà mai essere perduto. Capisco ad un tratto che le ideologie possono rimbalzare contro un paesaggio, che vi sono uomini e forze inespugnabili…””

Reinhold Messner, Orizzonti di ghiaccio, Istituto geografico De Agostini, Novara 1983

Annunci

PILLOLA nr.173

DEIEZIONI

“”… Non so se a causa dell’emozione o se invece fosse una normale esigenza fisiologica, ma mi ritrovai a dover espletare i miei bisogni proprio quella mattina all’attacco della parete. Se da un lato imprecavo per quell’emergenza che giungeva in una situazione climatica inopportuna, ero pero` felice che accadesse in quel punto anziché in piena parete.
Lorenzo e io avevamo delle caldissime e nuove tute d’alta quota di colore giallo con inserti rossi e azzurri. Ci avrebbero potuto individuare facilmente sul ghiacciaio e anche nella nebbia avrebbero costituito un richiamo visivo tra noi due. Quelle tute pero` non avevano la cerniera posteriore che in simili circostanze permettono di esporre al freddo solo il minimo necessario; viceversa, bisognava abbassare ai polpacci tutta la tuta oppure procedere a una lunga e laboriosa apertura di due zip posizionate lungo la parte interna delle gambe.
Optai per la prima soluzione. Anche se traumatica era comunque la piu` veloce. Mi allontanai da Lorenzo e cominciai a calpestare la neve fresca finché ottenni un buco di 30 centimetri nel manto nevoso circostante. Mi tolsi le maniche della tuta e cominciai ad abbassare il tutto. Non riuscivo pero` a portare la tuta alle caviglie a causa delle ghette sugli scarponi che arrivavano al ginocchio. Cercai di fare del mio meglio stando molto attento ad arrotolare la tuta e gli indumenti in modo tale da non sporcarli. Una volta terminato, mi rivestii a razzo e infilai le braccia nelle maniche della tuta. Chiusi bene la lunga cerniera tirandola fino al mento. C’era vento e per proteggermi la testa decisi di mettere anche il cappuccio. A questo punto mi accorsi di non essere stato cosi` bravo… Avevo fatto tutto diligentemente nel cappuccio e mi ero appena rovesciato in testa a – 46° il frutto della mia distrazione. La descrizione termina qui, al resto ci arrivate da soli…””
Simone Moro, Cometa sull’Annapurna, Corbaccio 2003

PILLOLA nr.172

EVEREST

“”… Quel giorno stesso, qualche ora dopo, passò dal Campo Due il norvegese Gòran Kropp, il ventinovenne scalatore solitario, che tornava al campo base con l’aria distrutta dalla fatica. Era partito da Stoccolma il 16 ottobre 1995 su una bicicletta su misura carica di centootto chili di attrezzatura, con l’intenzione di viaggiare dalla Svezia, sul livello del mare, fino alla cima dell’E-verest facendo ricorso solo alle sue forze, senza l’aiuto né di sherpa né di bombole di ossigeno. Era un obiettivo straordinariamente ambizioso, ma Kropp aveva le credenziali giuste per farcela: aveva già partecipato a sei spedizioni sull’Himalaya e aveva compiuto scalate solitàrie del Broad Peak, del Cho Oyu e delK2.
Durante il viaggio in bicicletta fino a Kathmandu, lungo 13.000 chilometri, era stato rapinato da studenti rumeni e assalito dalla folla nel Pakistan; in Iran, un motociclista adirato gli aveva spaccato una mazza da baseball sulla testa, fortunatamente protetta da un casco. Ciò nonostante, ai primi di aprile era
arrivato incolume ai piedi dell’Himalaya, seguito da una troupe cinematografica, e subito aveva cominciato l’acclimatazione sulle pendici inferiori della montagna. Infine, mercoledì 1° maggio era partito dal campo base per conquistare la vetta…””

Jon Krakauer, Aria sottile, Corbaccio 2005

PILLOLA nr.171

FUMO

“”…
Al terzo giorno di tempesta non ce la facevo più: i grumi di neve gelata piantati nella schiena, le viscide pareti di nylon appiccicate al naso, l’orribile odore proveniente dal fondo del sacco a pelo. Frugai nella confusione ai miei piedi e recuperai un sacchettino verde che conteneva una scatoletta metallica nella quale erano racchiusi gli ingredienti di quello che speravo sarebbe stato una specie di sigaro della vittoria. L’intenzione infatti era quella di conservarlo per il ritorno dalla cima ma, al diavolo, non sembrava proprio che ci sarei andato tanto presto. Versai gran parte del contenuto sulla cartina per sigarette, la avvolsi a formare una canna sbilenca, e senza tanti indugi me la fumai fino in fondo.
La marijuana non fece che rendere la tenda ancora più piccola, soffocante e insopportabile, e in aggiunta mi fece venire un terribile appetito. Pensai che una farinata d’avena avrebbe sistemato lo stomaco, anche se implicava una lunga e grottesca preparazione: dovevo uscire nella tempesta per procurarmi una pentola di neve, montare il fornello e accenderlo, individuare la farina d’avena e lo zucchero, raschiare dalla scodella i resti del pasto del giorno prima. Non appena accesi il fuoco e cominciai a sciogliere la neve, sentii odore di bruciato. Attentamente controllai fornello e dintorni, ma non vidi nulla di strano. Perplesso pensai che fosse tutto frutto dell’immaginazione chimicamente stimolata, quando alle spalle avvertii uno scricchiolio.
Mi voltai appena in tempo per vedere il sacchetto di spazzatura, in cui avevo gettato il fiammifero usato per il fornello, accendersi in una piccola conflagrazione. Picchiando con le mani sul fuoco, lo spensi in pochi secondi, ma non prima che un’ampia porzione della parete interna della tenda si smaterializzasse sotto i miei occhi. Fortunatamente il lembo di chiusura sfuggì alle fiamme e la struttura si mantenne più o meno resistente alle intemperie, ma la temperatura all’interno si abbassò comunque di una quindicina di gradi.
Il palmo sinistro cominciò a pizzicarmi e guardandolo notai la vescica rosa della scottatura, ma la preoccupazione maggiore a quel punto fu che la tenda in realtà non era mia ma di mio padre…””

Jon Krakauer, Corbaccio, 2008