PILLOLA nr.180

LINGUA 3
“”… Fu durante questa spedizione che gli europei cominciarono a chiamare Canguro un animale visto per la prima volta in Australia. La nascita di tale nome è dovuta a un errore. Un ufficiale di Cook, vedendo quell’animale, chiese a un nativo cos’era e se ne ebbe in risposta la parola kanguro. E il nome rimase! Ma il nativo voleva dire, con questa parola: non vi capisco perché il marsupiale era detto semeleta nella lingua del luogo! …””
Silvio Zavatti, I viaggi del capitano James Cook, Schwarz editore / Milano 1960

PILLOLA nr.179

GELATO
“”…
Whorf ricordava anche che gli eschimesi avrebbero in luogo della parola neve quattro termini diversi a seconda della consistenza delle neve stessa, e pertanto essi vedrebbero piú cose diverse dove noi ne vediamo solo una. A parte che questa notizia è stata contestata, anche uno sciatore occidentale sa distinguere tra diversi tipi di neve di diversa consistenza, e basta che un eschimese venga in contatto con noi perché capisca benissimo che quando noi diciamo neve per le presunte quattro cose che lui chiama in modi diversi, ci comportiamo come un francese che chiama glace il ghiaccio, il ghiacciolo, il gelato, lo specchio, il cristallo di una vetrina e tuttavia alla mattina non è cosí prigioniero della propria lingua, da farsi la barba guardandosi in un gelato…””

Marco Aime, Il mio primo libro di antropologia, Einaudi 2008

PILLOLA nr.178

LINGUA

“”…
Per prima cosa, Venere rinchiuse Amore in una cella d’oro onde impedirgli di correre in aiuto di Psiche. Quindi lo accusò di malvagità e lo minacciò che se non avesse smesso, subito, di pensare a quella lì, lei lo avrebbe sostituito con un altro figlio, magari adottivo, al quale avrebbe consegnato anche il suo arco e le sue frecce. Infine emise un bando per catturare la fanciulla:
«Chiunque porterà Psiche, mani e piedi legati, riceverà in premio da Venere in persona sette dolcissimi baci di cui uno, prelibatissimo, con la lingua in bocca.»
In proposito, onde difendermi da eventuali accuse di volgarità e peggio ancora di umorismo, eccovi l’esatta citazione latina tratta dalle Metamorfosi di Apuleio: «Et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum». (Op. cit. VI, 8)

Luciano De Crescenzo, I grandi miti greci, Arnoldo Mondadori Editore 1999

PILLOLA nr.177

TELEPATIA

“”… Sentiamo cosa ne pensa il prof. Antonio Borsellino, direttore dell’Istituto di Biofisica e Cibernetica del CNR, a Camogli.
– “Sulla base delle conoscenze scientifiche attuali la risposta è no.”
– “Perché?”
– “Perché una cellula nervosa ha una potenza elettrica disponibile di 1 miliardesimo di watt. E non si va lontano con questa potenza (anzi con questa debolezza … )”
– “Ma non potrebbero esservi altre onde cerebrali che ancora non conosciamo, di altro tipo, o di altra natura?”
– “Be’! E’ come se lei mi chiedesse se gli anelli del pianeta Saturno, che contengono cristalli di ghiaccio, possono avere
il gusto della granita all’amarena…””

Piero Angela, Viaggio nel mondo del paranormale, Mondadori 2000

LISTA nr.20

IMMAGINI

“”… Tutte le immagini scompariranno.
la donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca di un bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata e se ne tornava nel caffè
il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film L’inverno ti farà tornare
l’uomo incrociato su un marciapiede di Padova nell’estate del ’90, con delle manine attaccate alle spalle che subito facevano pensare alla talidomide prescritta trent’anni prima alle donne incinte contro le nausee e allo stesso tempo alla barzelletta che si era raccontata in seguito: una futura madre lavora ai ferri il corredo per il neonato ingerendo con regolarità della talidomide, un giro di maglia, una compressa. Inorridendo un’amica le dice, ma come, non lo sai che il tuo bambino rischia di nascere senza braccia?, e lei, certo che lo so, è che non so fare le maniche
Claude Piéplu alla testa di un reggimento di legionari in un film con Les Charlots, in una mano la bandiera, nell’altra una corda attaccata a una capra
quella donna maestosa affetta da Alzheimer, con lo stesso camice a fiori delle altre degenti ma con uno scialle azzurro a coprirle le spalle, che percorreva solenne i corridoi della casa di riposo, senza mai fermarsi, altezzosa, come la duchessa di Guermantes al Bois de Boulogne, e che faceva pensare a Céleste Albaret quando aveva partecipato a una trasmissione di Bernard Pivot
sul palco di un teatro all’aperto, la donna rinchiusa in una scatola che alcuni uomini avevano trafitto da parte a parte con lance d’argento – uscitane viva perché si trattava di un gioco di prestigio chiamato Il martirio di una donna
le mummie dai merletti sbrindellati che incombevano dai muri del convento dei Cappuccini di Palermo
il volto di Simone Signoret sulla locandina di Thérèse Raquin
la scarpina su un piedistallo girevole in un negozio della catena André di rue du Gros-Horloge, a Rouen, con quella frase che continuava a scorrerle attorno: «cammina bene e cresce bene con Babybotte Bébé»
lo sconosciuto su un treno fermo alla stazione Termini di Roma che, dopo aver abbassato per metà la tendina del suo scompartimento di prima classe, nascosto dalla vita in su, di profilo, si manipolava il sesso per farsi vedere dalle giovani viaggiatrici del treno fermo al binario di fronte, appoggiate coi gomiti ai finestrini
quel tale in uno spot al cinema del detersivo Paic Vaisselle che rompeva allegramente i piatti sporchi per non doverli lavare. La voce fuori campo ammoniva severa «non è questa la soluzione!» e lui guardava in camera disperato, «ma allora qual è, la soluzione?»
la spiaggia di Arenys de Mar proprio di fianco ai binari della ferrovia, il cliente dell’albergo che assomigliava a Zappy Max
il neonato brandito come un coniglietto senza pelo nella sala parto della clinica Pasteur di Caudéran, ritrovato mezz’ora dopo tutto vestito, addormentato su un fianco nel lettino, una mano che spuntava dal lenzuolo tirato su fino alle spalle
la silhouette scattante dell’attore Philippe Lemaire, sposato con Juliette Gréco
in una pubblicità alla televisione, il padre che, nascosto dietro il giornale, cercava invano di fare come sua figlia, lanciare in aria e riprendere al volo con la bocca una pralina Picorette
una casetta con il pergolato di vite americana, al 90/a della Fondamenta delle Zattere, a Venezia, che negli anni Sessanta era un albergo
le centinaia di facce pietrificate, fotografate prima della partenza per i campi di concentramento, sui muri di una sala del Palais de Tokyo, a Parigi, a metà degli anni Ottanta
i gabinetti nel cortile dietro la casa di Lillebonne, proprio sopra il fiume, gli escrementi mescolati alla carta trasportati piano dall’acqua che sciabordava attorno
tutte le immagini crepuscolari dei primi anni, con le pozzanghere luminose di una domenica d’estate, quelle dei sogni in cui i parenti morti risuscitano, in cui si cammina su strade indefinibili
quelle di Rossella O’Hara che trascina per le scale il soldato yankee che ha appena ammazzato – mentre corre per le strade di Atlanta alla ricerca di un medico perché Melania sta per partorire
di Molly Bloom sdraiata accanto al marito mentre si ricorda della prima volta che un ragazzo l’ha baciata e dice sì sì sì
di Elizabeth Drummond uccisa per la strada con i suoi genitori, a Lurs, nel 1952
le immagini reali o immaginarie, quelle che persistono anche nel sonno
le immagini di un momento bagnate da una luce che è soltanto loro
Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola. E così un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e a persone che non sono ancora nate…””
Annie Ernaux, Gli anni, L’ orma editore 2015

PILLOLA nr.176

GENOVA
“”…
L’idea di mettere insieme un “Repertorio dei matti” è nata proprio a Genova, due anni fa, in occasione di un seminario di letteratura: è rimasto colpito
dal modo di parlare dei genovesi, che le sono sembrati un po’ squinternati. Perché?

In un romanzo di Matteo Galliazzo, Il mondo è parcheggiato in discesa, si racconta che, quando a Genova hanno aperto il MacDonald’s, ai ragazzi che stavano
alle casse avevan dato le istruzioni che davano a tutti i ragazzi delle casse di tutti i MacDonald’s del mondo, cioè di sorridere, e i genovesi, racconta
Galliazzo, questa cosa che i ragazzi che stavano alle casse del MacDonald’s sorridevano non gli piaceva tantissimo: «Ben ma, – pensavano i genovesi, – perché
sorridono, prendono per il culo?». Allora sembra che dalla direzione del MacDonald’s sia partita una dispensa per gli impiegati del MacDonald’s di Genova,
che poi era l’unico MacDonald’s al mondo dove non ti sorridevano…””

Dal post di martedi 13 giugno, nel solito blog di Paolo Nori

LISTA nr.19

IL POST

“”…
Il Post è la più vergognosa delle abitudini delle quali sei schiavo. Odi l’idea di finanziare robaccia del genere con i
tuoi trenta cents, ma sei un segreto ammiratore di:
Api Assassine
Eroici Tutori dell’Ordine
Maniaci Sessuali
Vincitori di Lotterie
Delinquenti Giovanili
Liz Taylor
Frugoletti Prodigio
Lunatici
Guardoni
Incubi Viventi
Vita sugli Altri Pianeti
Combustione Spontanea
Diete Miracolose
e Madri Comatose
…””
Liberamente tratto e listato da:
Jay McInerney, Le mille luci di New York, Bompiani 1984