PILLOLA nr.196

LE MIE PRIGIONI

“”…
Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l’ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via. Quel giorno, dopo che il guardiano è uscito, mi sono guardato nella gavetta di ferro. Mi è parso che la mia immagine restasse seria anche se cercavo di sorridere. Me la sono agitata dinanzi. Ho sorriso e lei ha conservato la stessa aria severa e triste. Finiva il giorno e era l’ora di cui non voglio parlare, l’ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio. Mi sono avvicinato al lucernario e, nell’ultima luce, ho contemplato la mia immagine ancora una volta. Era sempre seria, e in fondo non c’era nulla di strano perché in quel momento ero serio anch’io. Ma nello stesso tempo e per la prima volta dopo lunghi mesi, ho udito distintamente il suono della mia voce. L’ho riconosciuta: era quella che mi risuonava alle orecchie da molte lunghe giornate e ho capito che durante tutto quel tempo avevo parlato da solo. Mi è venuto in mente quel che diceva l’infermiera ai funerali della mamma. No, non c’era una via d’uscita, e nessuno può immaginare quel che sono le sere nelle prigioni…””

Albert Camus, LO STRANIERO, RCS Libri 1999

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