PILLOLA nr.179

GELATO
“”…
Whorf ricordava anche che gli eschimesi avrebbero in luogo della parola neve quattro termini diversi a seconda della consistenza delle neve stessa, e pertanto essi vedrebbero piú cose diverse dove noi ne vediamo solo una. A parte che questa notizia è stata contestata, anche uno sciatore occidentale sa distinguere tra diversi tipi di neve di diversa consistenza, e basta che un eschimese venga in contatto con noi perché capisca benissimo che quando noi diciamo neve per le presunte quattro cose che lui chiama in modi diversi, ci comportiamo come un francese che chiama glace il ghiaccio, il ghiacciolo, il gelato, lo specchio, il cristallo di una vetrina e tuttavia alla mattina non è cosí prigioniero della propria lingua, da farsi la barba guardandosi in un gelato…””

Marco Aime, Il mio primo libro di antropologia, Einaudi 2008

PILLOLA nr.178

LINGUA

“”…
Per prima cosa, Venere rinchiuse Amore in una cella d’oro onde impedirgli di correre in aiuto di Psiche. Quindi lo accusò di malvagità e lo minacciò che se non avesse smesso, subito, di pensare a quella lì, lei lo avrebbe sostituito con un altro figlio, magari adottivo, al quale avrebbe consegnato anche il suo arco e le sue frecce. Infine emise un bando per catturare la fanciulla:
«Chiunque porterà Psiche, mani e piedi legati, riceverà in premio da Venere in persona sette dolcissimi baci di cui uno, prelibatissimo, con la lingua in bocca.»
In proposito, onde difendermi da eventuali accuse di volgarità e peggio ancora di umorismo, eccovi l’esatta citazione latina tratta dalle Metamorfosi di Apuleio: «Et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum». (Op. cit. VI, 8)

Luciano De Crescenzo, I grandi miti greci, Arnoldo Mondadori Editore 1999

PILLOLA nr.177

TELEPATIA

“”… Sentiamo cosa ne pensa il prof. Antonio Borsellino, direttore dell’Istituto di Biofisica e Cibernetica del CNR, a Camogli.
– “Sulla base delle conoscenze scientifiche attuali la risposta è no.”
– “Perché?”
– “Perché una cellula nervosa ha una potenza elettrica disponibile di 1 miliardesimo di watt. E non si va lontano con questa potenza (anzi con questa debolezza … )”
– “Ma non potrebbero esservi altre onde cerebrali che ancora non conosciamo, di altro tipo, o di altra natura?”
– “Be’! E’ come se lei mi chiedesse se gli anelli del pianeta Saturno, che contengono cristalli di ghiaccio, possono avere
il gusto della granita all’amarena…””

Piero Angela, Viaggio nel mondo del paranormale, Mondadori 2000

PILLOLA nr.176

GENOVA
“”…
L’idea di mettere insieme un “Repertorio dei matti” è nata proprio a Genova, due anni fa, in occasione di un seminario di letteratura: è rimasto colpito
dal modo di parlare dei genovesi, che le sono sembrati un po’ squinternati. Perché?

In un romanzo di Matteo Galliazzo, Il mondo è parcheggiato in discesa, si racconta che, quando a Genova hanno aperto il MacDonald’s, ai ragazzi che stavano
alle casse avevan dato le istruzioni che davano a tutti i ragazzi delle casse di tutti i MacDonald’s del mondo, cioè di sorridere, e i genovesi, racconta
Galliazzo, questa cosa che i ragazzi che stavano alle casse del MacDonald’s sorridevano non gli piaceva tantissimo: «Ben ma, – pensavano i genovesi, – perché
sorridono, prendono per il culo?». Allora sembra che dalla direzione del MacDonald’s sia partita una dispensa per gli impiegati del MacDonald’s di Genova,
che poi era l’unico MacDonald’s al mondo dove non ti sorridevano…””

Dal post di martedi 13 giugno, nel solito blog di Paolo Nori

PILLOLA nr.174

FREE TIBET

“”… Dopo circa 100 chilometri pieghiamo verso ovest, traversiamo alcuni torrenti e raggiungiamo un ampio altopiano che si stende sconfinato. A destra e a sinistra lo cingono catene di cime e il loro marrone bluastro spicca nettamente dalla piana color oliva. Dei fiumiciattoli la solcano come lampi argentati e il loro disegno geometrico a zigzag, ben lontano da ogni romantica sinuosità, mi affascina. L’ampia pianura è punteggiata dalle nere macchie delle mandrie di yack al pascolo. Il cielo blu è percorso da quelle tipiche nuvole che esistono solo in Tibet. Sotto sono ampie e piatte come la pianura, di sopra si ergono con le più incredibili forme di animali: draghi, tigri, carpe e fiori di loto veleggiano sullo sconfinato altopiano. Queste spesse e bianche figure di nuvole gettano sulla steppa enormi ombre come isole alla deriva. All’orizzonte emerge un cavaliere solitario, passa sopra la pianura e si perde. Qui la solitudine ha una dignità che non ho mai visto prima. In un lampo afferro il significato della metafora «celato nel cosmo». Qua e là sono sparse delle tende nere. Tra le pietre piccoli cespugli di fiori gialli, minuscoli nontiscordardimé azzurri, primule scarlatte. A sinistra, addossato alla collina, il villaggio dei «Quattro Draghi” composto da belle case tibetane ad un piano, dipinte di bianco; sui tetti gli sterpi per l’inverno. Al di sopra delle scure porte di legno vi sono corna di yack e dipinti decorativi in blu e rosso. Di fronte, a chilometri di distanza, un lago azzurro come una fata morgana. Dietro, una montagna si erge nel cielo con la sua ripida parete di ghiaccio. Ai suoi piedi una bianca nuvola di pecore. Un’atmosfera tersa, un paesaggio nel quale si può vedere a distanza di giornate di viaggio. Un tibetano che porti questa terra nel cuore non potrà mai essere perduto. Capisco ad un tratto che le ideologie possono rimbalzare contro un paesaggio, che vi sono uomini e forze inespugnabili…””

Reinhold Messner, Orizzonti di ghiaccio, Istituto geografico De Agostini, Novara 1983

PILLOLA nr.173

DEIEZIONI

“”… Non so se a causa dell’emozione o se invece fosse una normale esigenza fisiologica, ma mi ritrovai a dover espletare i miei bisogni proprio quella mattina all’attacco della parete. Se da un lato imprecavo per quell’emergenza che giungeva in una situazione climatica inopportuna, ero pero` felice che accadesse in quel punto anziché in piena parete.
Lorenzo e io avevamo delle caldissime e nuove tute d’alta quota di colore giallo con inserti rossi e azzurri. Ci avrebbero potuto individuare facilmente sul ghiacciaio e anche nella nebbia avrebbero costituito un richiamo visivo tra noi due. Quelle tute pero` non avevano la cerniera posteriore che in simili circostanze permettono di esporre al freddo solo il minimo necessario; viceversa, bisognava abbassare ai polpacci tutta la tuta oppure procedere a una lunga e laboriosa apertura di due zip posizionate lungo la parte interna delle gambe.
Optai per la prima soluzione. Anche se traumatica era comunque la piu` veloce. Mi allontanai da Lorenzo e cominciai a calpestare la neve fresca finché ottenni un buco di 30 centimetri nel manto nevoso circostante. Mi tolsi le maniche della tuta e cominciai ad abbassare il tutto. Non riuscivo pero` a portare la tuta alle caviglie a causa delle ghette sugli scarponi che arrivavano al ginocchio. Cercai di fare del mio meglio stando molto attento ad arrotolare la tuta e gli indumenti in modo tale da non sporcarli. Una volta terminato, mi rivestii a razzo e infilai le braccia nelle maniche della tuta. Chiusi bene la lunga cerniera tirandola fino al mento. C’era vento e per proteggermi la testa decisi di mettere anche il cappuccio. A questo punto mi accorsi di non essere stato cosi` bravo… Avevo fatto tutto diligentemente nel cappuccio e mi ero appena rovesciato in testa a – 46° il frutto della mia distrazione. La descrizione termina qui, al resto ci arrivate da soli…””
Simone Moro, Cometa sull’Annapurna, Corbaccio 2003