PILLOLA nr.192

TRADUZIONI

“”… Fauser si ispira alla tecnica del cut-up (che nel romanzo compare più come elencazione o giustapposizione di elementi che non come vero e proprio collage),
rielabora passi dei suoi autori preferiti (viene da Bukowski l’immagine delle ragazze che si affaccendano indifferentemente intorno a un amore, a un tirocinio
da parrucchiere o una bomba), e pesca parole ed espressioni direttamente dai romanzi della beat generation – o, per essere più esatti, dalle traduzioni
tedesche dei romanzi della beat generation. Un termine come Kaltwasserbude – “un buco di casa senza neanche l’acqua calda” – si cerca invano in un dizionario,
e non perché venga dalla strada: Fauser lo prende in prestito dalla prima traduzione tedesca di On the Road, neologismo del traduttore per rendere l’americano
cold-water pad…””
Dal blog Nazione indiana, Un’altra scuola di Francoforte: gli anni Settanta di Jörg Fauser, 9 ottobre 2017, Pubblicato da francesca fiorletta, Di Daria Biagi

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PILLOLA nr.191

SHANGRI-LA

“”… Shangri-La è il nome tratto dal famoso romanzo di James Hilton Orizzonte perduto, libro di enorme successo, tradotto varie volte in versione cinematografica e ancora in vendita dopo quarant’anni. Comincia con un aereo che effettua un atterraggio d’emergenza sull’Himalaia, nei pressi di un monastero, e quel luogo Hilton l’ha chiamato Shangri-La. E’ subito chiaro che la località deve essere nel Tibet, dato che ci vivono monaci in preghiera e ovunque è diffusa una musica misteriosa. La parola Shangri-La ha acquisito una fama particolare grazie al presidente Roosevelt. Quando, durante la Seconda guerra mondiale, i giornalisti gli chiesero l’ubicazione di una certa portaerei. Roosevelt, per evitare di rivelare se fosse stata affondata o solcasse ancora qualche mare, disse: E’è a Shangri-La. Dopo il romanzo e la risposta del presidente, il nome ha acquisito fama mondiale; ora esistono alberghi, ristoranti e bar che si chiamano Shangri-La, nella speranza di suggerire mistero, soprannaturale e bellezza irraggiungibile. Nel mio soggiorno a Lhasa speravo che nel Tibet si fosse conservato qualcosa di quella magia, di modo che al mondo restasse un paese dove la superstizione fosse la poesia della vita, dove ci fosse posto per i riti misteriosi, dove ci fossero ancora oracoli, astrologi, guaritori miracolosi e mistica, non ciarlatani come Lobsang Rampa, ma persone con un’autentica fede, quella che i tibetani possiedono in così ampia misura, la fede che davvero sposta le montagne…””

EINRICH HARRER, RITORNO AL TIBET, Arnoldo Mondadori editore, 198

PILLOLA nr.190

TERZO OCCHIO

… Io stesso sono stato coinvolto nello smascheramento di una frode.
Nel corso di un giro di conferenze in Inghilterra, il mio editore Rupert Hart-Davis mi ha detto che c’era un nuovo libro sensazionale sul Tibet. Il suo amico Frederick Warburg, editore del libro, ci ha mandato le bozze da vedere.
Ho dato un’occhiata al testo e ho subito capito che si trattava di una frode. Era un libro di Lobsang Rampa, che affermava di avere lavorato a Lhasa da studente e medico per molti anni nel periodo in cui c’ero anch’io; si intitolava The Third Eye. Ho chiesto a Hart-Davis di telefonare a Frederick Warburg e chiedergli se potessi incontrare Lobsang Rampa perché mi interessava parlare in tibetano con qualcuno vissuto a Lhasa nello stesso periodo in cui ci avevo vissuto io. Ma in risposta ho ricevuto soltanto delle scuse era in meditazione e non poteva parlare con me; pochi giorni dopo mi è stato detto che gli dispiaceva moltissimo ma stava per partire per il Canada. A me sembrava sempre più evidente che si trattava di un falso; Hugh Richardson, rappresentante britannico a Lhasa mentre io ero nel Tibet, alcuni altri tibetologi e io abbiamo cercato di smascherare quell’uomo. A un certo punto Marco Pallis, tibetologo e devoto buddhista che suonava il violoncello in un gruppo di musicisti da camera ed era un esperto di tappeti tibetani, ha deciso di scovarlo. Ha assunto un investigatore che ha finto di essere discepolo di Lobsang Rampa e ha scoperto che, tra gli altri, veniva visitato da membri della nobiltà inglese per lezioni di meditazione. Seduto su un letto enorme, colpiva per la sua barba fluente e il contorno di gatti siamesi, ma in realtà era il figlio di un idraulico del Devonshire che, dopo un incidente d’auto, si era messo a leggere la fortuna alla gente. Quando ha capito che, purché le venisse narrato con abilità, la gente si beveva tutto, Lobsang Rampa s’è messo a scrivere libri sul Tibet e ad arricchirli col misticismo di altre sfere spirituali. Ne è risultato Il terzo occhio, venduto in milioni di copie in tutto il mondo. ..

EINRICH HARRER, RITORNO AL TIBET, Arnoldo Mondadori editore, 1983

PILLOLA nr.189

STELLE

“”… Verso sera attraversammo un campo aperto e piantammo la tenda sulla spiaggia in compagnia del rumore sordo dell’Atlantico. Nell’aria tersa di questi pascoli pianeggianti, il raggio della visibilità era enorme: dalla spiaggia riuscivamo a scorgere ancora il piccolo negozio di prima, ormai distante 16 chilometri. A notte fonda Yoshiko mi svegliò di soprassalto: «George, vieni a vedere le stelle!». Il primo pensiero fu: «È matta? Lo sa quanto tenga al mio sonno, eppure mi viene a svegliare per guardare le stelle!». Di fronte alla sua insistenza, sporsi la testa fuori dalla tenda e rimasi ammutolito dalla vista prodigiosa dell’emisfèro, che sembrava galleggiare sopra di noi: milioni di luci sfavillanti che si spandevano su un tappeto di velluto nero. Rimanemmo svegli per un’altra mezz’ora, o forse più, con lo sguardo fisso in alto, mentre cullavo Yoshiko tra le braccia…””
George Meegan, LA GRANDE CAMMINATA, Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni, MURSIA 2012

PILLOLA nr.188

RIMINI

“”… La città estingueva il proprio inverno su e giù per il Corso, prendendo la cioccolata in tazza da Raoul. I giovani, nei caffè, continuavano a disputare sulla convenienza di dire tela gommata o gomma telata, attirando folle di cittadini avidi di ragionamento e di verità….
Dopo tanti anni, tutti coloro che non partirono come lui, i formidabili parlatori riminesi, sono ancora lì con le loro congetture e il loro pubblico.
Si trascinano ancora un nome: vitelloni”. Un nome improprio, perché nulla nasce dal tedio in queste compagnie di immaginatori, ma da una pigrizia altissima, quasi ellenica, che è poi la più alta cifra di civiltà riscontrabile in questa, per altri versi, laboriosissima società rivierasca. ..””

Sergio Zavoli, Viaggio intorno all’uomo, Bergoglio libri, 1969

PILLOLA nr.187BENE

BENE

“”… – Januario Gereba servitor suo. Più noto a Bahia come capitan Gereba, ma quelli che mi vogliono bene mi chiamano Janù.
Quando lui sorride, sul mondo discende la pace:
– Ho fatto questa corsa per evitare la polizia,, perché la polizia è pestifera là come qui, e da ogni parte.
Grazie, Janù, disse Teresa; perché il voler bene non si compra, non si vende, non si impone con il coltello alla gola, né si può evitare: il voler bene succede..””

JORGE AMADO, Teresa Batista stanca di guerra, Einaudi Tascabili1992.

PILLOLA nr.186

CORTO CIRCUITO

“”… Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui un individuo si interroga sul significato e sul valore della vita, egli è malato, dato che oggettivamente non esiste nessuna delle due cose”. Questa, che è la tipica frase di un depresso, è un’istantanea realistica e feroce della depressione, poiché contiene in sé il gioco assurdo, il paradosso impazzito in cui si dibatte il depresso. Sono malato nell’istante in cui dico a me stesso che la vita non ha significato.
Ma se è – oggettivamente – così, ossia se la vita è realisticamente priva di significato, allora gli altri, coloro che invece intravedono nella vita un significato, sono colpevoli di rimozione. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia. Il depresso si dibatte tutta la vita in questo cortocircuito alimentato dal proprio realismo e dalla propria lucidità…””

Storia della mia depressione, di Andrea Pomella, dal Blog Doppio zero, settembre 2017