LIBRI

IN VINO VERITAS

Ospite ad una cena, ascolto il nuovo invitato che si presenta come grande intenditore di vini. Per l’occasione, ha portato del prosecco, che però lui non beve, per via di un fastidioso reflusso gastroesofageo, il perlage lo disturba, preferisce i rossi, fermi. Poi, con la stessa decisione, presenta del Grignolino, che però lui non beve, per via dell’alcool test, è in macchina, e ha parecchia strada da fare. Il grignolino dice, si  accompagna bene a portate medio leggere, sicuro che non ci sarebbe stato l’arrosto, visto la stagione. E’ così sicuro, dice che per l’arrosto sarebbero stati necessari vini a base nebbiolo, e via che snocciola denominazioni d’origine controllata e garantita come fossero uscite autostradali, dalle Langhe alle colline novaresi. Poi, sotto uno strato di crema al gorgonzola, contornata da patate al rosmarino e cipolle borrettane, scopro una fetta d’arrosto.

Nils Liedholm, grande ex giocatore e poi allenatore dell A.C. Milan, a fine carriera si ritirò a Cuccaro, nelle colline del  Monferrato, e si mise a produrre grignolino. Il grignolino è un po’ come il fratello minore dei vini nobili piemontesi. E’ un vitigno difficile da coltivare ma il risultato è un vino molto particolare. Dal sito www.viniastimonferrato.it:

Il Grignolino emerge nella storia degli antichi vitigni piemontesi, e trova la sua culla d’adozione nel territorio tra Asti e Casale Monferrato. Il nome deriva quasi sicuramente da “grignole” termine dialettale astigiano ad indicare i vinaccioli particolarmente numerosi. È un vitigno molto esigente in fatto di clima e terreni, difficile da coltivare e vinificare , ma regala un vino originale, imprevedibile ed estroso che accoglie appassionati consensi. Di colore rosso rubino più o meno tenue, al naso regala un profumo delicato con note fruttate e di sottobosco spesso  accompagnate da caratteristici sentori di pepe bianco. Al palato si presenta austero e raffinato, asciutto per la tipica presenza di tannini con retrogusto gradevolmente amarognolo.

Gigi Garanzini ha torchiato ex giocatori, allenatori e dirigenti del pallone, per riempire “Nereo Rocco, Mondadori”, di aneddoti, curiosità e retroscena, alcuni molto divertenti, come il colpo dell’armadietto, raccontato da Josè Altafini:

a momenti ci restava. Eravamo a Milanello, lui si era attardato a tavola e noi l’aspettavamo per l’allenamento. Si cambiava in mezzo a noi, il paròn, gli armadietti erano grandi e a me venne in mente di infilarmi nudo dentro il suo. Quando lo aprì, saltai fuori urlando e a lui dallo spavento si bloccò la digestione. Divenne un classico, e ogni volta faceva un gran salto per poi ridere insieme a noi dicendomene di tutti i colori. Quando Rocco andò al Torino, per non perdere l’abitudine feci lo stesso scherzo a Liedholm. Saltai fuori nudo urlando e Liedholm alzando il sopracciglio disse: “Non è questo tuo armadietto”.

Negli ultimi anni, c’è sempre maggior attenzione verso il mondo del vino, e sempre più persone lo preferiscono, vogliono, o credono di saperne di più. Tra i primi, Alessandro Baricco segnala questa mutazione nel bellissimo saggio “I Barbari”, del 2006:

da una parte un’aristocrazia del vino più o meno rimasta intatta, che continua a scaraffare preziosi liquami raffinatissimi e li commenta con un gergo da iniziati, orientandosi nella giungla delle annate con passo sicuro e fascinoso; e, accanto a lei, una gran massa di “homines novi” che probabilmente non avevano mai bevuto vino e adesso lo fanno. Non riescono a scaraffare senza sentirsi ridicoli, commentano il vino con le stesse parole che usano per parlare di un film o di macchine, e nel frigo hanno molte meno birre di prima.

L’alibi perfetto che ci permette di bere un bicchiere di vino rosso senza sensi di colpa è il paradosso francese, così ben descritto da Stefano Colonna , Giancarlo Folco , Franca Marangoni, “I cibi della salute”:

infatti, può senza dubbio essere fatto risalire ai primi anni ’90 e alle osservazioni di Renaud e de Logeril (1992), che ipotizzarono l’esistenza del “paradosso francese”. Secondo questi ricercatori, i dati dello studio MONICA (MONitoring trends and determinants In CArdiovascular disease), un’indagine epidemiologica su larga scala condotta a livello internazionale, indicavano che, a fronte di una dieta ricca in grassi saturi e a livelli plasmatici di colesterolo analoghi a quelli registrati negli USA e nel Regno Unito, la mortalità per eventi coronarici (Coronary Heart Disease, CHD) era statisticamente più bassa in Francia; questo dato sembrava essere correlato al consumo di vino. L’assunzione di vino quale regolare complemento della dieta quotidiana, un’usanza caratteristica dei paesi mediterranei, avrebbe quindi potuto fornire un’efficace protezione nei confronti degli effetti pro-aterogeni di un’alimentazione ricca in grassi di origine animale.

Pagine e pagine sono scritte con il vino, sul vino,  per, tra, fra il vino, fino alla fine delle preposizioni articolate. Tra quelle che ricordo più volentieri, quelle  di un bel libro di qualche anno fa, “La confraternita del chianti”, Marcos Y Marcos, 1995, ristampato da Einaudi, come “La confraternita del vino”. Adesso, tra La confraternita del Chianti, e La confraternita del vino certo preferisco  quella del Chianti, con buona pace dell’associazione dei consumatori, degli Alcolisti anonimi e della pubblicità occulta. Mi suona meglio, semplicemente così, un po’ come la cover di Marvin Gaye, “I Heard It Through The Grapevine” mi suona meglio dell’originale dei Gladys Knight & The Pips . In questo caso, “The Brotherhood of the Grape”, è il titolo originale, scelto da John Fante. Nell’edizione dell’Einaudi del 2004, c’è una prefazione di Vinicio Capossela. Con tutto il bene che voglio a Vinicio Capossela, non l’ho letta. Amore sviscerato, quello per Vinicio, che mi spinse a comprare “Non si muore tutte le mattine”. Lo vendeva un tanto al chilo. E faceva bene. E’ illeggibile.

Meglio lasciarlo suonare, lasciarlo cantare, ascoltare queste parole estratte dal libro di Fante, distillate Goccia a goccia , l’accolita dei rancorosi:

Musso, Musso
liscio e busso
passa appresso
carica a bastoni
cala l’asso
piglia, strozzo
smazza il mazzo Cavallaro
fuman trinciato forte
Joe Zarlingo fa le carte
bestemmia in mezzo ai denti
tira a fottere i compari
bastardi si deridono tra loro
cirrotici, diabetici
nemici dei dottori
sputan sulla terra
dove andranno sottoterra
accolita di rancorosi
settimini cuspidi e tignosi
persi nella vita
come dentro una corrida
intrappolati tra melassa e baraonda
Accolita di rancorosi
camerati ruvidi e grinzosi
accaniti nel lavoro
sparagnini con la prole,
spendaccioni con le troie
demoni rapaci
sputan sulla terra
dove andranno sottoterra!!!

Libro, quello di Fante, molto bello. Libro su un padre e la sua banda, ma sopratutto  un libro sul rapporto di un figlio col padre, Un rapporto duro, complicato, da sciogliere in piccoli pezzi. Sullo sfondo i boccioni di Angelo musso. Boccioni di vino rosso.

Avevo osservato le vene infiammate dei suoi occhi. A forza di vino, il danno era ormai fatto. Era da pazzi sfidare il pericolo, ma il mio vecchio era pazzo, il peso della sua inutilità era la sua pazzia, e sentire che una vita intera si approssimava alla fine, e lottare con quelle pietre, era la cosa più pazza di tutte.

Perché faceva questo lavoro? Un affumicatoio per la carne di cervo! Molto probabilmente vent’anni prima lo avrebbe rifiutato, considerandolo troppo lontano da casa, troppo insignificante per il suo orgoglio.

Naturalmente avrebbe potuto scegliere un altro indirizzo per i suoi ultimi giorni. Farsi a vino quotidianamente al Café Roma. Oppure ciondolare in salotto davanti al televisore, sopportando il chiacchiericcio di sua moglie che si sarebbe librata intorno a lui recando piatti di pasta e meditando sulle gioie e i dolori della vedovanza. Oppure poteva starsene seduto in veranda a guardare Pleasant Street, godendosi lo spettacolo eccitante d’un cane o d’un essere umano che ogni tanto gli passasse davanti. Oppure avrebbe potuto tirar su pomodori e peperoni verdi nell’orto di casa. Ma no. Nick Molise voleva un muro da costruire, ecco tutto. Non gli importava di che muro si trattasse, ma che fosse un muro, un muro per guadagnargli il rispetto dei suoi amici, i quali sapevano che lui – il lavoratore, il costruttore – era impegnato lontano da casa.

Tornò dalla cabina dondolando il boccione, con un’aria migliore, soddisfatta. Mi offrì un sorso e lo accettai.
– Tienilo al fresco nel torrente, – disse, e io affondai il boccione nell’acqua gelida….
…Lasciandomi cadere al suo fianco, presi il boccione. Quel vino! Mi rifece la bocca, la carne, la pelle, il cuore e l’anima, e ringraziai Dio per le colline di Angelo Musso. Sdraiati in silenzio, ascoltavamo gli uccelli e ci passavamo il boccione.

Gli domandai che cosa avesse in mente.
– Dobbiamo schiattare le pietre, così dalle più grandi ne otteniamo di più piccole.

 

 

A proposito di:

 

Gigi Garanzini, Nereo Rocco, Mondadori 2009.

Alessandro Baricco, I BARBARI, Saggio sulla mutazione, Fandango Libri, Roma 2006.

Stefano Colonna, Giancarlo Folco , Franca Marangoni, I cibi della salute.
Le basi chimiche di una corretta alimentazione, Springer 2012.

John Fante, La confraternita del Chianti, Marcos Y Marcos, 1995.

John Fante, La confraternita dell’uva, Prefazione di Vinicio Capossela, Einaudi, Torino 2004.

Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine, Feltrinelli 2004.

Marvin Gaye, I heard it through the grapevine, dall’album omonimo, 1969.

Vinicio Capossela, L’accolita dei rancorosi dall’album Il ballo di San Vito, 1996.

Settembre 2014

 

 

 

STENDHAL, OBLOMOV. PERCHè LEGGERE I CLASSICI

La certosa di Parma. Un inizio avvincente, la battaglia, il giovane alle armi, molto bello, poi una serie infinita di amori contrastati, amori non detti, amori idealizzati per pagine e pagine, tali e tante da far venire il mal di pancia, e sperare in una conclusione vicina,rapida e indolore. poi la capitolazione, nel giro didieci righe tre eventi luttuosi, l’esilio, la sconfitta, come se all’autore scappasse di andare in bagno, e abbisognasse di chiudere subito, prima di sporcarsi le braghe. Nelle note si legge che ” fu infatti nel salotto Montijo che Stendhal si fece narratore
improvvisato delle imprese napoleoniche, per soddisfare la curiosità delle giovanissime figlie della padrona di casa; e per loro, si pensa,
scrisse l’episodio di Waterloo poi inserito nella “Certosa” -, che
uscì sul Constitutionnel¯ del 17 marzo 1839, precedendo di poco la
pubblicazione della “Certosa”, che apparve in libreria all’inizio di
aprile.”. Forse è proprio tutto qua, racchiuso tra le due grazie e lo stato di grazia che rende la prima parte molto bella e avvincente, poi, come si dice, allunga il minestrone e si congeda con un rutto repentino, troppo frettoloso, Indigesto.
A questo punto dovrei rendermi conto che sto parlando di Sthendal, di Stendal dico, e non so nemmeno se possa permettermi, o debba inchinarmi e togliermi il cappello, davanti ai classici. Perchè leggere i classici, come diceva Davide, un mio amico, diceva semplicemente che era il momento di leggere i classici e basta, e si era messo a leggere i grandi russi. Perchè leggere i classici si domandava anche Italo Calvino, e non tardava nemmeno a pubblicarne la risposta, dove nelle prime pagine della prefazione si legge ” Amo soprattutto Stendhal perché solo
in lui tensione morale individuale,
tensione storica, slancio della vita
sono una cosa sola, lineare tensione
romanzesca.
e questo dovrebbe bastare da solo a sistemarmi per un bel pò. Così abbandono per un attimo Calvino per il suo compagno di banco, il suo compagno di banco al liceo G.D.Cassini di Sanremo, Eugenio Scalfari, e qui mi viene da pensare che se per caso fossi capitato in quella classe, e, disgraziatamente avessi voluto fare il primo della classe, ecco, sarebbe stato meglio lasciar perdere, fin da subito. Oblomov dceva il direttore di Repubblica , Proprio Oblomov di Ivan Aleksandrovic Goncarov nella puntata del 27 ottobre 2013 di che tempo che fa, presentando il suo libro L’amore, la vita, il destino . Oblomov come esempio dell’inetto a vivere, che, folgorato dal desiderio scatenato da eros, cambia atteggiamento nei confronti della vita,in un discorso più generale, sul senso della vita stessa. Oblomov, la cui inettitudine farebbe impallidire Zeno Cosini, spreca la sua vita sul divano di casa malamente assistito dal maggiordomo, nell’inedia più assoluta, tra l’ozio e il dormiveglia, accidioso, rimanda tutto al domani. Pagine bellissime quelle di Goncarov, dense e commoventi, da far sembrare Zeno Cosini , l’antieroe di Italo Svevo un principiante dell’inetto a vivere, uno che sceglie per scherzo la moglie, giocando con quattro sorelle, Oblomov no, non sceglie nemmeno e, decide di non scegliere fino a quando incontra l’amore. insomma a quel punto pareva che qualcosa stesse per cambiare, che fosse contento, e anch’io, nonostante fossi sul divano, e, forse anche per quello, ero contento anch’io. Oblomov mi era molto simpatico e così, niente, mi faceva molto piacere che fosse nominato in prima serata, dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, compagno di banco di Italo Calvino. Oblomov diceva, non Dostoevskij, d’accordo, come pochi minuti dopo, nella stessa puntata, faceva Fabio Volo, che, in un discorso sui padri, immaginando il figlio di Dostoheski alle scuole elementari, che presentava il tema al padre. dove vuoi andare, lascia stare, si diceva, e come dargli torto, meglio lasciar perdere fin da subito,meglio andare da Oblomov e farsi correggere il tema, come il figlio della governante, meglio Oblomov che sceglieva un porto tranquillo, e non importava se avesse navigato tanto o poco, un porto tranquillo dove stare. Chi aveva navigato molto era invece il padre di Calvino, Mario, in Messico ai tempi della rivoluzione di Pancho Villa, e a Cuba, a capo di una stazione sperimentale di agricoltura. Cuba dove nascerà Italo Calvino, ma che si trasferirà subito a Sanremo, nella Villa La Meridiana con annesso splendido parco, oggi un bel parcheggio. Parco bellissimo, dove incontrerà un altro personaggio bizzarro, Libereso, giardiniere anarchico raccontato tra gli altri da Serena Dandini.” Il padre dirige la
Stazione sperimentale di floricoltura
-Orazio Raimondo , frequentata da
giovani di molti paesi, anche
extraeuropei. In seguito al fallimento
della Banca Garibaldi di San Remo,
mette a disposizione il parco della
villa per la prosecuzione
dell’attività di ricerca e
d’insegnamento….in una San Remo, a quel tempo ancora popolata
di vecchi inglesi, granduchi russi,
gente eccentrica e cosmopolita.”Così
come nei giardini di Palais Royal di Parigi dove sempre la Dandini in dai diamanti non nasce niente scrive, e si legge, una malcelata irriverenza”ancora oggi il giardino racchiuso nel cuore della città appartiene a tutti, è un luogo ideale dove fermarsi, pensare, leggere, riposarsi e, se siete particolarmente ispirati, anche per incontrare fantasmi del passato come il filosofo Denis Diderot. Almeno così è successo a Eugenio Scalfari, come ci assicura nel suo romanzo Per l’alto mare aperto,7 e nessuno fino a oggi ha osato contraddirlo.” Meglio stare attenti ai colpi di sole allora, rimanere all’ombra, tra i profumi di una pianta esotica, ma anche meno esotica, a leggere i classici.

Febbraio 2014

 

James, il carrello ela vita, degli altri

Immaginate un estate pigra, mollemente umidiccia, con la sagoma delle sacre iliache ben stampata sul copridivano, come la sacra sindone,ma che di sacro ha ben poco. E il divano, dico il divano, non sai più, se il divano ha preso le tue forme o le tue forme hanno sagomato il divano, insomma, un estate passata a leggere bello comodo. ecco, adesso immaginate ancora un ragnetto, un piccolo ragno che intesse la tela, unisce i fili tra un nodo e l’altro, e in questi nodi si incontrano fatti e personaggi, e ogni nodo rimanda ad un’altro, e capita di ritrovare le stesse cose, gli stessi nomi, appicicati alla vita, alle vite degli altri.
Come James ad esempio, Frey James, in un milione di piccoli pezzi, trovato seduto in fondo, negli ultimi posti di un aereo, ricoperto di vomito, sangue e muco, in un milione di piccoli pezzi, di ritorno da una fuga, una fuga da un mondo già ben costituito, una società bella pronta,ad ingoiarti nei suoi ingranaggi. James ci racconta le sue angosce, le sue dipendenze, e il tentativo di sostituire una dipendenza con un’altra. L’ altro James invece, lo si trova nelle pagine vellutate di un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron. Ancora un ragazzo, davanti alla vita, alle prese con la scelta dell’insalata, dell’università, della scoperta di sè, ma qui ci son troppi mobili svedesi, kilim afghani, insalatine con spinaci, pere e nocciole . Manca il fuoco, il fuoco dentro che scotta le pagine di Frey James, qui si rimane sul velluto, come un compito ben fatto dal primo della classe, manca lo sporco, l’imperfetto, la piccola deiezione che lo renda reale. A dire il vero la stronzatina c’è, quando il protagonista si finge un altro , crea un profilo in un sito di cuori solitari e chatta con il direttore della galleria d’arte in cui lavora,ingannandolo. Esattamente la stessa cosa che descrive Alice Munro in nemico amico amante…dove due ragazze intercettano la posta della governante del nonno generando una storia d’amore, uno scherzo fatale, un disegno del destino generato per scherzo, anche se lontanissimo dalle pagine platinate di Peter Cameron, dai quartieri esclusivi di New York e le gallerie d’arte. Mi ricorda, Cameron dico, per certi versi, il fighettume dei primi romanzi di Haruki Murakami, camere accoglienti, spazi eleganti ,bella musica, molto attento a cosa si beve e a cosa si mangia, che mi piacevano molto, come dance dance dance, li leggevo fino a sud del confine a ovest del sole, quando mi era sembrato che fosse stato un’altro a scriverlo , a scriverlo come Murakami, un esercizio di stile, diciamo, ma che non aveva aggiunto niente, e non mi aveva lasciato niente. La stessa cosa con Fred Vargas, scorre la Senna, lontanissimo dai primi libri, da sfociare in un disastro, Dov’era Jean-Baptiste Adamsberg, lo spalatore di nuvole, e le sue indagini polverose, le sue strade apparentemente così lontane dalla logica di un’indagine, tanto da avvicinarsi sempre alla soluzione dalla direzione opposta. Nel primo di questi racconti c’è un carrello, un carrello come quello dei supermercati, riempito di spugne naturali pescate in un magazzino dismesso nella periferia parigina. Un carrello trascinato faticosamente in centro città per rivendere le spugne a cinque franchi al pezzo, rimasto testimone oculare di un omicidio. Niente a che fare con un carrello riempito di generi di sopravvivenza, trascinato faticosamente da un padre e suo figlio verso sud. Siamo lontani mille miglia, esattamente dall’altra parte dell’oceano, sotto una pioggia incessante di cenere, in uno scenario apocalittico, lungo la strada di Corman McCarthy. Un America desolata, desolante come due reduci con il loro carrello. Un pugno nello stomaco.
Corman McCarthy lo conoscono già un pò tutti,e non ho niente da aggiungere ai fiumi di elogi che gli si sono sperticati contro, anzi, a favore. Si legge con il sapore del ferro in bocca, l’ansia di una agonia senza fine . Da leggere. da leggere e basta. Pioggia di cenere dicevo, che subito mi richiama le pagine di Pompeei scritte da Richard Harris, sul filone storico narrativo tipo Manfredi per intenderci, questo è ambientato a Pompei poche ore prima dell’eruzione piroplastica o pliniana, come si evince dal romanzo stesso, ma il romanzo è tutto il contrario di un eruzione il ritmo è monocorde fino alla fine, un pò come un documentario della BBC, bello si, ma sempre un documentario della BBC. Per tuffarsi dentro un vulcano, un vulcano vero, bisogna cacciarsi nelle pagine scritte da Emanuel Carrere, Limonov. Che dire una vita avventurosa è dire poco, nemmeno Mark Twain, autore tra l’altro di una splendida autobiografia, avrebbe scritto altrettanto. La vita che vorrebbe intraprendere qualsiasi giovane di una periferia, figuriamoci se di una periferia di una provincia delle russie. C’è tutto, la scoperta del mondo la poesia, il sesso,la letteratura, la rivoluzione. Insomma, l’arte,l’amore e la guerra. Un epica moderna. Ci vorrebbero dieci vite normali per fare tutto quello che ha fatto Limonov, e almeno cento delle mie, rifletto ancora qui sul divano, mentre il ragnetto ha già intessuto la sua tela, tra i miei sandali e il tavolino.

Settembre 2013

One thought on “LIBRI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...