PIOTR NIKOLAEVIC KRASSNOV

Piotr Nikolaevic Krassnov

Quando ho letto ” Va ricordato infine che il paese di Verzegnis si trovò ad ospitare la residenza del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Piotr Nikolaevic Krassnov”, sono andato subito sulla wikipedia per vedere dove e cosa fosse, Verzegnis . Wikipedia mi dice che è un piccolo comune della Carnia, un territorio nella regione Friuli Venezia Giulia, e, più che un piccolo comune, è in realtà un comune sparso, un insieme di piccole frazioni unite per un totale di 932 abitanti. A questo punto mi aspettavo l’elenco di tutti i 932 abitanti, ma niente, pare che gli abitanti più famosi, fossero in realtà delle donne, le indiavolate di Verzegnis , un gruppo di ventiquattro ragazze sodali al nemico del genere umano, le cui disavventure sono state raccontate da Pietro Spirito Le indemoniate
di Verzegnis e sono riprese in una pièce teatrale, “Indemoniate”, a firma di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi. Ma questa è un’altra storia, e adesso non sò se si tratti ancora di storia, di teatro o di farsa, vista la tragedia della guerra e le numerose vittime conseguenti, ma l’occupazione cosacca in Carnia, mi appare incredibile, incredibile come se qualcuno avesse giocato a risiko invece che con la vita degli altri. E sembra anche che le cose non siano cambiate di molto, visto che durante l’ invasione del territorio georgiano nel 2009, sono stati inviati battaglioni cosacchi in Ossetia e Abkhazia del Sud. E quando leggo nomi come Ossetia e Abkhazia del sud, subito mi ricordano il gioco in scatola, come nomi del tipo Operationszonen Adriatisches Küstenland, Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, mi ricordano subito i nazisti nella seconda guerra mondiale. “Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del 1945 decine di migliaia di cosacchi e di caucasici, trasportati dalla Russia e dall’Europa orientale nell’Alto Friuli
e nella Carnia, vennero a presidiare i paesi friulani, spesso dopo aver costretto ad uno sfollamento forzato le popolazioni locali. Erano stati mandati
dai nazisti nel “Kosakenland in Nord Italien”, la terra che era stata loro, se non promessa, quantomeno affidata, in cambio di un’azione di repressione
antipartigiana. Per sette mesi i cosacchi cercarono di ricostituire nell’Alto Friuli i loro villaggi, le “stanitse”, riproponendo costumi, tradizioni,
religione delle lontane regioni russe.
perTerre, quelle della Carnia, così ribattezzate kosakland in nord italien, dove avrebbero goduto di una certa autonomia, in cambio di una presenza sul territorio atta acontrastare il movimento partigiano che si stava organizzando.
L’operazione ataman portò in Carnia circa quarantamila uomini, arrivati dopo viaggi lunghissimi dalle remote regioni russe con mogli figli e bestiame”. Profondo stupore destarono dunque fra i friulani questi nuovi venuti, come descritto da Mario Pacor: “Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e
della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primitive urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le avevano. Erano
infatti vestiti e armati nei modi più vari, molti in uniformi grigio-verdi tedesche con appena qualche variante cosacca, ma armati di moderni fucili e
mitra, altri in più pittoresche quanto assurde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con grandi colbacchi di pelo in testa, cartucciere intrecciate
sul petto, lunghe bande azzurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni variamente istoriati.
Ai drappelli militari facevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggiavano donne, vecchi e bambini, e tra un carro e l’altro o al loro fianco cavalli,
qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cammelli o dromedari”.
Anche stavolta sembra che non sia cambiato molto, almeno nell’aspetto, perchè leggo”Mi ricordo quella domenica di giugno del 1992 a Krasnodar, dove si celebrava la prima festa della riabilitazione cosacca. La gente osservava Quei “guerrieri” che avevano dimenticato come si andava a cavallo, che avevano preso a prestito pugnali e spade dai teatri, …osservava e forse ravvisava, nelle cartucciere cucite sul petto della cerkeska, gli involucri d’alluminio dei sigari “Avana” che un tempo si riuscivano a comperare nelle tabaccherie sovietiche al prezzo di 85 copeki e che in quel 1992, in piena perestrojka, non si trovano più. Oppure riconosceva la pelle nera degli stivali da donna ritagliata per fare il nabor, cioè la cintura con dieci borchie trovate negli scarti della fabbrica; o magari rivedeva sulle spalline i nastri di lamé che servivano per abbellire gli abiti da sposa e che si trovavano nei magazzini a 60 copeki al metro e che in quel giugno al mercato nero non valevano meno di sei rubli.

A quel tempo non c’erano ancora negozi per questo look della nostalgia e bisognava arrangiarsi da soli, cominciando a raccattare quanto serviva per rifare l’uniforme, per essere pronti quando si annunciava il raduno. E questo far da sé dei cosacchi faceva parte della loro singolare capacità di star fuori e dentro la società sovietica, uscendone – dopo che gli fu loro permesso – quando volevano: bastava mettersi in testa il papacha e allacciarsi la sciabola. Cosa che accade anche ora nella Russia di Putin”
Ma adesso voglio tornare a Verzegnis, a Verzegnis nell’ottobre del 1943, quando Krassnov decise di insidiarvisi il quartier generale, mi immagino questa piccola frrazione, Villa, che ospita l’atamano krasnov e la sua corte, quando le sorti della guerra sono oramai segnate, il destino sembra oramai segnato, e lui niente,”e, insieme alla giovane e bella moglie Lidia Feodorovna,
riceveva i visitatori con rigorosa etichetta perché “riteneva suo compito far rivivere il mondo aristocratico russo, da troppi anni in esilio”. Al quartier
generale di Krassnov si godeva di un lusso imperiale che contrastava con le miserevoli condizioni in cui erano ridotti i suoi cosacchi: una sorta di danza
macabra sull’orlo dell’abisso. Per ispezionare i distaccamenti, l’Ataman si muoveva da un paese all’altro su di una grande carrozza nera con gli sportelli
decorati da stemmi, tirata da due cavalli bianchi e scortata da due cavalieri che la precedevano, e due che la seguivano. Al suo fianco sedeva la giovane
moglie, coperta di gioielli e vestita con un abito alla cosacca, con tanto di alamari d’oro e alti stivali arabescati. ”
é proprio questa ostinazione, questo accanimento terapeutico che mi appare Incredibile, questa ostinazione a mantenere le forme, quando la sostanza è persa ed è evidente a tutti. L’immagine sfarzosa dell’ataman krassnov che in tutti i modi vuole preservare l’alterigia del potere, l’aristocrazia delle forme, in carrozza, con la bella moglie. éuna giostra lucida, con mille colori, che gira in una periferia grigia esolitaria, è l’orchestrina del Titanic, che continua a suonare nonostante abbia le porte degli abissi spalancate davanti a sè.
Ad oggi non esiste una pagina su wikipedia dedicata esclusivamente a Piotr Nikolaevic Krassnov , e questo mi sembra altrettanto incredibile. inviterei chi volesse saperne di più di leggere nei siti dove ho copiato i virgolettaati tra cui il bellissimo http://www.carnialibera1944.it/documenti/dessy/cosacchi_krassnov.html?
e anche
10. Il Risveglio dei Cosacchi – vincenzomaddaloni.it

epilogo

Negli ultimi giorni di aprile, a Campoformido, vicino a Udine, l’atamano Krassnov ebbe un incontro col generale Vlasov, il comandante della ROA, l’Armata
Russa di Liberazione. Constatato l’esito sfavorevole della guerra, venne concordemente deciso che i cosacchi stanziati in Friuli avrebbero dovuto ritirarsi
in Austria dove, presumibilmente, si sarebbe tentato di organizzare una resistenza.
fra la fine di aprile ed i primi di maggio vennero organizzate delle lunghe colonne di fuggiaschi in direzione dell’Austria. I principali itinerari della
ritirata furono quelli lungo la Val Tagliamento e lungo la Valle del But: entrambe le colonne confluirono nel paese di Paluzza da dove raggiunsero il passo
di Monte Croce Carnico per poi scendere verso la vallata austriaca della Drava.
Dopo il difficile superamento del passo di Monte Croce (l’ultimo transito è segnalato il 5 maggio 1945), i cosacchi furono concentrati nella cittadina
di Peggetz, nei pressi di Lienz, ove, per circa un mese, venne allestito un campo di raccolta, sotto il controllo degli inglesi. Vennero loro requisiti
cavalli e armi e, generalmente, tenuti in condizioni di isolamento.
Gli accordi tra le grandi potenze prevedevano la riconsegna all’Unione Sovietica di tutte quelle formazioni e quelle popolazioni che si erano schierate
a fianco del nazismo: ciò fu fatto senza tener conto di situazioni personali o di giustificazioni storiche collettive. In un primo tempo gli inglesi fecero
arrestare i principali ufficiali cosacchi, poi, il primo giugno, venne dato l’annuncio ufficiale dell’imminente riconsegna di tutti i cosacchi all’Unione
Sovietica, con il rimpatrio forzato. La notizia, sostanzialmente inattesa, fu accolta con scene di panico e disperazione; parecchi tentarono la fuga, trovando
a decine la morte nelle acque della Drava.
La maggior parte dei cosacchi venne deportata nei campi di concentramento sovietici in Siberia e condannata a lunghi anni di detenzione. I principali responsabili
del movimento cosacco, tra i quali l’atamano Krassnov e il generale Domanov, vennero processati e giustiziati a Mosca nel 1947.

.

Nell’ottobre del 1944 più di quarantamila cosacchi e tartari caucasici agli ordini dell’Ataman Pyotr Nicolayevic Krassnov, in ritirata con i tedeschi dalla
Russia, furono trasportati con mogli, figli, masserizie e diecimila cavalli nell’Alto Friuli e nella Carnia. I nazisti chiamarono quella regione Kosakenland,
la nuova patria cosacca, destinata a svolgere il ruolo di fascia protettiva contro i partigiani italiani e quelli di Tito.

Le cronache di allora ci dicono che l’Ataman Krassnov aveva costituito il suo quartier generale e, insieme alla giovane e bella moglie Lidia Feodorovna,
riceveva i visitatori con rigorosa etichetta perché “riteneva suo compito far rivivere il mondo aristocratico russo, da troppi anni in esilio”. Al quartier
generale di Krassnov si godeva di un lusso imperiale che contrastava con le miserevoli condizioni in cui erano ridotti i suoi cosacchi: una sorta di danza
macabra sull’orlo dell’abisso. Per ispezionare i distaccamenti, l’Ataman si muoveva da un paese all’altro su di una grande carrozza nera con gli sportelli
decorati da stemmi, tirata da due cavalli bianchi e scortata da due cavalieri che la precedevano, e due che la seguivano. Al suo fianco sedeva la giovane
moglie, coperta di gioielli e vestita con un abito alla cosacca, con tanto di alamari d’oro e alti stivali arabescati.

L’illusione della Kosakenland durò non più di otto mesi. Nell’aprile del 1945 Krassnov e i suoi cosacchi dovettero ritirarsi in Austria nei pressi di Lienz
dove erano già arrivati gli inglesi. Questi, in ossequio agli accordi stipulati a Yalta che li impegnavano a consegnare ai sovietici i collaborazionisti
con il nazismo, li disarmarono e li consegnarono nelle mani della Armata Rossa. Dopo la resa molti cosacchi trovarono la morte gettandosi nel fiume Drava,
alcuni con tutte le loro famiglie, in rifiuto del rimpatrio nell’URSS: la loro patria che, comunque si giudichi, avevano tradito e combattuto. L’Ataman
Krassnov fu giustiziato a Mosca nel 1947, mentre gran parte dei tartari e dei cosacchi vennero deportati in Siberia.

Adesso sono utilizzati per incutere timore agli integralisti islamici di Cecenia, Daghestan e Kabardino Balkaria.

e anche ai giovani piccolo borghesi delle grandi città che da qualche tempo hanno preso l’ abitudine di inscenare grandi manifestazioni di piazza contro il potere.
uomini, di uomidi veri.
unha dei risvolti incredibili.

giunto in Carnia assieme alla moglie Lidia Fedeorovna nel mese di febbraio 1945. “Il piccolo paese carnico diventò, in quei mesi, un punto diriferimento per la nobiltà cosacca, come ricostruito dal Carnier: “Principes se e dame, provenendo da Tolmezzo, Osoppo e da varie zone di insediamento, raggiungevano il quartier generale per porgere un saluto all’atamano e alla consorte. Krassnoff, tralasciando momentaneamente i suoi problemi, sapeva assum,ere un contegno cavalleresco, compiacendosi di quelle visite ch’egli accoglieva con rigorosa etichetta poiché riteneva che fosse suo compito ridare auge al mondo aristocratico russo vissuto per troppo tempo in esilio. Al quartier generale di Krassnoff si godeva, benché si fosse in tempo di dura guerra, di un lusso imperiale
Fino a ieri li aveva usati solo nella guerra vera, durante l’ invasione del territorio georgiano nel 2009, inviando battaglioni cosacchi in Ossetia e Abkhazia del Sud. Adesso li utilizza per incutere timore agli integralisti islamici di Cecenia, Daghestan e Kabardino Balkaria e anche ai giovani piccolo borghesi delle grandi città che da qualche tempo hanno preso l’ abitudine di inscenare grandi manifestazioni di piazza contro il potere.

Mi ricordo quella domenica di giugno del 1992 a Krasnodar, dove si celebrava la prima festa della riabilitazione cosacca. Erano in tantissimi che si avviavano verso la Casa della Cultura, dove avrebbero tenuto la loro prima assemblea pubblica.

Quei “guerrieri” che avevano dimenticato come si andava a cavallo, che avevano preso a prestito pugnali e spade dai teatri, poiché «se la polizia avesse trovato nelle nostre case una divisa o peggio ancora una lama, sarebbe stata per noi la prigione», si muovevano sicuri e padroni tra le automobili e gli autobus e puntavano al caffè della cooperativa nella ricerca vana di una bottiglia di vodka.

La gente che faceva ala al corteo li guardava mentre mangiavano le salsicce, che secondo loro erano le migliori del mondo: li osservava e forse ravvisava, nelle cartucciere cucite sul petto della cerkeska, gli involucri d’alluminio dei sigari “Avana” che un tempo si riuscivano a comperare nelle tabaccherie sovietiche al prezzo di 85 copeki e che in quel 1992, in piena perestrojka, non si trovano più. Oppure riconosceva la pelle nera degli stivali da donna ritagliata per fare il nabor, cioè la cintura con dieci borchie trovate negli scarti della fabbrica; o magari rivedeva sulle spalline i nastri di lamé che servivano per abbellire gli abiti da sposa e che si trovavano nei magazzini a 60 copeki al metro e che in quel giugno al mercato nero non valevano meno di sei rubli.

A quel tempo non c’erano ancora negozi per questo look della nostalgia e bisognava arrangiarsi da soli, cominciando a raccattare quanto serviva per rifare l’uniforme, per essere pronti quando si annunciava il raduno. E questo far da sé dei cosacchi faceva parte della loro singolare capacità di star fuori e dentro la società sovietica, uscendone – dopo che gli fu loro permesso – quando volevano: bastava mettersi in testa il papacha e allacciarsi la sciabola. Cosa che accade anche ora nella Russia di Putin.

E quando nel 1944 l’ataman del Don, l’ex generale zarista Piotr Nikolaevic’ Krassnov, dal suo esilio in Francia lancia l’appello, riecco alcuni reggimenti con le famiglie e i carriaggi, le armi e i cavalli, schierarsi in Bielorussia a fianco dei tedeschi per combattere una guerra che li porterà dopo la ritirata dalla Russia di Stalin, nel Kosakenland Nord Italien, come la Carnia era stata ribattezzata dalle autorità hitleriane.

Le quali avevano imposto ai «residenti degli agglomerati italiani – considerati politicamente ostili – di lasciare le case delle quali fruiranno i cosacchi, in particolare quelli del Don». Vi soggiorneranno dieci mesi. Poi, molti moriranno durante la ritirata, in una disperata fuga attraverso il fiume Drava, incalzati dalle truppe scozzesi che consegneranno poi i superstiti ai sovietici che li interneranno.

:
il temerario che aveva osato sfidare Caterina la Grande mettendo le Russie a fuoco e fiamme finché non era stato catturato e condotto davanti a San Basilio a Mosca sul Lobnoie Mesto, il cippo di marmo dove venivano eseguite le condanne. La sua testa cadde per prima con un colpo di mannaia, poi il suo corpo smembrato in quattro parti fu trascinato dai cavalli intorno alla piazza perché chi non avesse visto potesse capire quale sorte spettava a chi osava ribellarsi all’Imperatrice.

Ma oramai erano passati dall’esecuzione vent’anni e l’armata cosacca, che si era coperta di nuova gloria sul Mar Nero, nella guerra contro i turchi della Sacra Porta, aveva ricevuto le terre del Kùban, nel Nord del Caucaso, e il metropolita aveva alzato la mano per benedire l’ataman Golovatij, i suoi Zaporoghi ed Ekaterinodar, il “Dono di Caterina”, cioè la terra sulla quale sarebbe sorta la città fortezza con 43 villaggi che quei figli di nomadi della steppa si apprestavano a costruire, 1792 anni dopo la nascita della Santa Rus’. E che nel 1920 sarebbe sta ribattezzata col nome di Krasnodar dato che, in russo la parola krasnij può intendersi con i tre diversi significati di rosso, di bello e di splendido dei quali ciascuno potevano andar bene nel Paese della rivoluzione rossa.

Ma dovettero trascorrere settant’anni e passa prima che potessero ricomparire (giugno 1992) nella piazza di Krasnodar i cosacchi. Per primo vi giunse Aleksandr Gavrilovich Martynov, quarantenne piccolo e tarchiato, direttore dell’autorimessa n. 14 di Mosca, assieme ai capi dei cosacchi del Don e del Kùban, della Siberia e dell’Ussuri, del Dnepr e degli Urali. Si erano ritrovati per celebrare la rifondazione degli Zaporoghi del Kùban, dopo che il primo presidente del periodo post sovietico Boris Eltsin con un decreto li aveva riabilitati considerandoli “vittime della repressione sovietica”.

E così rifondandosi in gran pompa, con una certa alterigia e un ostentato vigore, da allora i cosacchi sono tornati ad essere la reincarnazione della fede-nazione, della russificazione storica e patriottica dei particolarismi etnici che agitano l’immenso Paese dentro i suoi confini. Il loro compito è diffondere tra le genti russe quel coraggio necessario per rinsaldare la rete degli interessi comuni capace di frenare le spinte centrifughe.

Così li vuole Putin, perciò li incoraggia e li sostiene. Essi gli servono. Fino a ieri li aveva usati solo nella guerra vera, durante l’ invasione del territorio georgiano nel 2009, inviando battaglioni cosacchi in Ossetia e Abkhazia del Sud. Adesso li utilizza per incutere timore agli integralisti islamici di Cecenia, Daghestan e Kabardino Balkaria e anche ai giovani piccolo borghesi delle grandi città che da qualche tempo hanno preso l’ abitudine di inscenare grandi manifestazioni di piazza contro il potere.

Infatti, a Mosca capita spesso di vederli aggirarsi pure nelle ore notturne, come ronde di quartiere in uniforme storica, pronti a dare una lezione a qualche ubriaco un po’ troppo sguaiato o a segnalare rabbiosamente alla polizia eventuali «comportamenti immorali» sui marciapiedi di periferia. Marziali e spavaldi. Forgiati nelle loro nuove accademie, centri di addestramento, scuole religioso-militari protette, benedette, e gestite dal Patriarca ortodosso in persona, il quale non vuole perderne la tutela dal momento che persino Tolstoj ebbe ad affermare che «furono i cosacchi a creare la Russia».

In fondo, questo inizio di Ventunesimo secolo è agitato dalla stessa ansia del Diciottesimo, che portò Caterina a rimettere ordine nell’impero con molte ingiustizie e contraddizioni, poiché anche allora, come ricorda l’acuto cronista dell’epoca Vinskij, «il problema sta soprattutto nella mancanza di personale competente». A Vladimir Putin gli uomini con i pantaloni blu dalle bande rosse che un tempo indicavano l’esenzione dalle tasse, gli vanno benissimo, sebbene i cosacchi non siano proprio una garanzia di fedeltà assoluta allo Stato, come constatarono nei secoli molti zar preoccupati dalla turbolenta e intermittente obbedienza dei loro migliori cavalieri.

Ma a Putin, ansioso di “bonificare” le difficili aree del Caucaso islamico e separatista, e impegnato a tenere sotto controllo le piazze, essi gli diventano indispensabili. Sono per lui un efficiente spauracchio da ostentare anche durante le recenti manifestazioni che hanno agitato le piazze di 28 città della Russia in seguito alla condanna del giovane blogger Navalnyj e al tentativo di Putin di chiudere per sempre la bocca al dissenso.

Dopotutto da secoli, come si legge sui libri di storia, ogni qualvolta è arrivato in Russia il vento del cambiamento, i cosacchi, in sintonia con la loro natura ribelle, non sono mai stati dalla parte del nuovo, e meno ancora del dissenso. Hanno sempre difeso e con tenacia la conservazione, anche se da sempre nell’organizzazione dei clan applicano una sorta di socialismo con la proprietà collettiva nelle stanitze, cioè i villaggi; e una democrazia rappresentativa con l’elezione dell’ataman, il loro capo, a suffragio universale. Non vanno oltre.

Infatti la storia li dipinge come il braccio armato dello zar. Sono loro che sopprimono le rivolte, e sono ancora loro che combattono i bolscevichi, e l’ultima cavalleria, le ultime cariche dei “bianchi” sono proprio quelle dei cosacchi.

E quando nel 1944 l’ataman del Don, l’ex generale zarista Piotr Nikolaevic’ Krassnov, dal suo esilio in Francia lancia l’appello, riecco alcuni reggimenti con le famiglie e i carriaggi, le armi e i cavalli, schierarsi in Bielorussia a fianco dei tedeschi per combattere una guerra che li porterà dopo la ritirata dalla Russia di Stalin, nel Kosakenland Nord Italien, come la Carnia era stata ribattezzata dalle autorità hitleriane.

Le quali avevano imposto ai «residenti degli agglomerati italiani – considerati politicamente ostili – di lasciare le case delle quali fruiranno i cosacchi, in particolare quelli del Don». Vi soggiorneranno dieci mesi. Poi, molti moriranno durante la ritirata, in una disperata fuga attraverso il fiume Drava, incalzati dalle truppe scozzesi che consegneranno poi i superstiti ai sovietici che li interneranno.

Dopo sessantanove anni i russi, che li guardano ogni qualvolta sfilano splendenti di alamari e di medaglie sull’uniforme da parata, non si pongono affatto problemi di ricorsi storici. Il pubblico russo sembra gradire, quasi gustare questo “risveglio di guerrieri” che non poteva essere più inaspettato, più repentino e più totale.

Sono tutti giovani che non chiedono scusa alla Storia, non sono guerrafondai, né “signori della guerra” come i loro antenati, sanno di rappresentare la tradizione russa che è sopravvissuta a tutti i regimi del loro tormentato Paese. «Noi vogliamo la rinascita dello spirito della Santa Rus’, siamo schierati a fianco dell’Ortodossia. Non crediamo alle promesse dei governanti, ma a quelle del Sacro Sinodo. Nei nostri villaggi abbiamo aperto le scuole di catechesi: i nostri figli devono sapere dov’è la verità», come mi diceva con un lampo negli occhi Nikolai Liasenko, agronomo del villaggio Zelenciukskaia di Krasnodar e ora ufficiale in servizio permanente dei cosacchi a Mosca. La divisa – confida – gli assicura nella Mosca dei pochissimi ricchi e dei tantissimi poveri, una vita dignitosa all’ombra della bandiera verde, rossa e azzurra, dove il verde sta a indicare i cosacchi delle Repubbliche asiatiche, l’azzurro quelli dell’Ucraina e il rosso al centro quelli della Russia.

Ogni domenica i pope benedicono la coda dei “guerrieri” che entrano e baciano tre volte l’immagine di Gesù nella cattedrale di Santa Caterina a Mosca, poi chinano la fronte sul vetro della teca segnandosi tre volte. Benedicono la bandiera che s’ammaina sotto le volte dipinte in onore e in ricordo del dono dell’imperatrice e indicano il vessillo alla folla, quasi a voler significare con quell’ aspersione benedetta che attorno ad essa è raccolta una forza capace di infondere nuove energie morali in un Paese ormai simile alla Spagna di Filippo IV e all’Inghilterra di fine Ottocento, imperi insieme formidabili, ma fradici all’interno.

Eppure come non provare timore e inquietudine per questo sistema di fede testimoniato dalla tradizione più che dal desiderio di rinnovamento, conservato nei segni antichi di una fedeltà religiosa che, nonostante tutto, continua a tramandarsi da più di quattro secoli, cioè da quando gli Zaporoghi ne fecero l’insegna nella guerra contro i cattolici-polacchi.

«La difficoltà maggiore sta nel fatto che in settant’anni il potere comunista ha cercato con tutti i mezzi di cancellarci e nel contempo di screditarci agli occhi del popolo», ha scritto Nikolai Ozerov, docente di Storia, e capitano dei cosacchi del Don. «Non a caso dal 1992 ci siamo imposti il motto “Rinascita”, poiché siamo come un albero che è stato sradicato. Se non avessimo avuto la religione non avremmo avuto di che nutrire le nostre radici. L’Ortodossia rimane il nostro sostegno, senza di essa non saremmo rinati».

Mi ricordo quella domenica di giugno del 1992 a Krasnodar, dove si celebrava la prima festa della riabilitazione cosacca. Erano in tantissimi che si avviavano verso la Casa della Cultura, dove avrebbero tenuto la loro prima assemblea pubblica.

Quei “guerrieri” che avevano dimenticato come si andava a cavallo, che avevano preso a prestito pugnali e spade dai teatri, poiché «se la polizia avesse trovato nelle nostre case una divisa o peggio ancora una lama, sarebbe stata per noi la prigione», si muovevano sicuri e padroni tra le automobili e gli autobus e puntavano al caffè della cooperativa nella ricerca vana di una bottiglia di vodka.

La gente che faceva ala al corteo li guardava mentre mangiavano le salsicce, che secondo loro erano le migliori del mondo: li osservava e forse ravvisava, nelle cartucciere cucite sul petto della cerkeska, gli involucri d’alluminio dei sigari “Avana” che un tempo si riuscivano a comperare nelle tabaccherie sovietiche al prezzo di 85 copeki e che in quel 1992, in piena perestrojka, non si trovano più. Oppure riconosceva la pelle nera degli stivali da donna ritagliata per fare il nabor, cioè la cintura con dieci borchie trovate negli scarti della fabbrica; o magari rivedeva sulle spalline i nastri di lamé che servivano per abbellire gli abiti da sposa e che si trovavano nei magazzini a 60 copeki al metro e che in quel giugno al mercato nero non valevano meno di sei rubli.

A quel tempo non c’erano ancora negozi per questo look della nostalgia e bisognava arrangiarsi da soli, cominciando a raccattare quanto serviva per rifare l’uniforme, per essere pronti quando si annunciava il raduno. E questo far da sé dei cosacchi faceva parte della loro singolare capacità di star fuori e dentro la società sovietica, uscendone – dopo che gli fu loro permesso – quando volevano: bastava mettersi in testa il papacha e allacciarsi la sciabola. Cosa che accade anche ora nella Russia di Putin.

Mi ricordo Pantelei Ivanovich (non chiedetemi dopo vent’anni il cognome nda) che scuoteva la testa e diceva che i cosacchi della nuova generazione che non sapevano andare a cavallo non gli infondevano fiducia. Lui abitava nella stanitza Pash- kovskaia che il pittore Ilia Rèpin scelse come fondale per la sua famosa tela “I cosacchi scrissero una lettera al sultano ottomano”. Abitava in una casina di legno con la moglie Aleksandra Semionovna, il nipote Igor, due cavalli bai e molti topi che gli avevano rosicchiato il vecchio album con le fotografie.

Ma i ricordi di Pantelei Ivanovich rimanevano vivissimi e così singolari che facevano tornare in mente quelli dei cosacchi del romanzo di Babel, perciò li conservai nel taccuino degli appunti. Raccontò: «Quando partii per il fronte mio padre mi disse di ritornare col petto coperto di medaglie, altrimenti era meglio che mi facessi tagliare la testa dietro un cespuglio. Combattei nel “Reggimento Sterminio”, il cui compito era di fiaccare i tedeschi in ritirata. Ci lanciavamo alla carica dopo l’intervento dell’aviazione, nel fragore di sessantamila zoccoli e nel luccichio di quindicimila spade. Allora che ero ben saldo nelle gambe e avevo molta forza nelle braccia con un colpo solo di sciabola riuscivo a fare di un cristiano due metà. Avevo una cavalla, Ciaika, cioè gabbiano, l’avevo chiamata così tant’era agile, benché fosse nera come la notte sulla steppa cosacca».

Non so se Pantelei sia ancora vivo, se lo fosse avrebbe quasi novant’anni. Quello che so, avendolo letto sulla rete, è che Aleksandr Gavrilovich Martynov (classe 1942) è ancora l’ataman di Krasnodar. «Noi contiamo molto sullo sviluppo delle cooperative cosacche, cercheremo di fare in modo di portare un nuovo benessere, sviluppando i commerci, poiché il dinamismo e lo spirito d’avventura sono le nostre doti naturali», così diceva Martynov.

Se egli ha conservato il “posto” significa che qualcosa è riuscito in questi vent’anni a realizzare per la sua comunità. Impresa ardua in una Russia collassata dal disagio sociale, con un processo di accumulazione selvaggia da parte di una ristretta minoranza che è riuscita ad approfittare della disgregazione dell’ Unione sovietica per arricchirsi a dismisura. Si aggiunga poi la frustrazione dell’esercito che si considera imbattuto sul campo di battaglia, le diaspore, i tumulti, le repressioni poliziesche, le manifestazioni di piazza contro il potere. E’ in questo scenario che i cosacchi – con la devozione totale alla Madonna del Don loro protettrice e con una lista di nemici che mette i brividi: musulmani, ebrei, atei e sobillatori dell’ ordine costituito – si sono riappropriati degli antichi fasti. Tra i pochi eletti a godere sulle macerie del postcomunismo.

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