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Avvertenze

Avvertenze
Per coloro che, durante la navigazione sulla rete si fossero impigliati in questa pagina, consiglierei di desistere, fin da subito.
Che non perdessero del tempo per leggere parole vane, inseguire concetti astrusi, cercare significati nascosti. Anche perchè non ve ne sono. Sappiano fin da subito, gli incauti lettori, che in queste pagine non troveranno asilo spunti di riflessione, pensierini della notte, ne tantomeno citazioni citabili. Per quest’ ultime, cisi rivolga altrove.

Un blog perfettamente inutile, si dirà. Esatto, proprio così, inutile, inutile ai più svogliati perdigiorno, come per gli insonni piùostinati, così come per voi che leggete in questo momento.
Spero che queste bastino a far desistere coloro che fossero arrivati fino alla riga sopra, per gli altri, che ancora insistono si renda manifesta la realtà che ci sono molti altri blog bellissimi, ottimi programmi radio e tv, e altrettanti libri ben scritti e così ben stampati, dove la lettura troverà un vero piacere.
Potreste rivolgervi lì. I più attenti tra di voi, scorgeranno una piccola croce in alto a destra. é cliccabile. Credendo di essere stato esaustivo con questa semplice premessa, mi riservo la facoltà di non
pubblicare un’altro post con le controindicazioni.
Posologia
Questo blog somministra i suoi post in maniera saltuaria e del tutto casuale, cosìda rendere impossibile una fidelizzazione allo stesso.
Eccipienti
Questo blog non contiene principi attivi. Una sola, tutta fuffa, effetto placebo. Fate voi.
ontroindicazioniAffermo il principio di contraddizzione
. Questo blog è allergico alla categoria preferiti.
Ecco, poi non dite che non ve l’avevo detto.

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PILLOLA nr.199

POSACENERE

“”…
Anni dopo, Lenin ricorderà queste avventure estreme, tentando un bilancio quando Gor’kij gli chiederà conto dell’oppressione di tanti intellettuali: “La nostra generazione ha compiuto un’impresa meravigliosa. La crudeltà della nostra vita, resa necessaria dalle circostanze, sarà compresa e perdonata. Tutto sarà compreso, tutto”. Ma basterebbe solo leggere il Requiem di Anna Akhmatova per capire che non può essere così: “Di morte sopra noi stavano stelle / e innocente la Russia si contorceva / calpestata da stivali sanguinosi”. Si cammina piano ancora oggi nella casa della poetessa, in fondo al cortile dove giocano i bambini, davanti alle finestre dove scrisse “come un fiume io fui deviata / mi deviò la mia era poderosa”. Nel salotto c’è ancora il posacenere rotondo di peltro dove finivano i versi del Requiem, scritti in poche righe su un foglietto per gli amici in visita che in silenzio li imparavano a memoria, perché non si potevano nemmeno pronunciare, nel terrore che qualcuno ascoltasse. Poi lei accendeva un fiammifero, e li bruciava qui dentro. I versi nel fuoco per diventare polvere di carta, prima di ritornare parola, ma settant’anni dopo…””

Ezio Mauro, L’anno del ferro e del sangue, Feltrinelli 2017

PILLOLA nr198

DIAMANTE

“”… e, volevo dire che sto bene, a parte che l’isolamento in un ipocondriaco è un generatore automatico di cartelle cliniche. Ieri ho scritto sul diario che quando muoio voglio essere cremata, e ho riportato username e password che, in caso di tragedia, potrebbero essere utili a cari e congiunti per sistemare le mie cose. Alcune altre volontà postume le metto anche qua, così non avrò più bisogno di ripeterle:
Al mio funerale vestitevi colorati.
Niente tinte pastello.
Se pubblicate i miei diari (e del resto perché non dovreste volerlo fare) senza un sapiente lavoro di editing mirato a farmi sembrare più intelligente di quello che sono, tornerò a fare scempio delle vostre carni.
A questo proposito, cioè a proposito della morte e dei funerali, volevo dire che l’altro giorno, guardando uno speciale in terza serata su Rai3, ho scoperto che esiste un sistema di sepoltura alternativo. Questo sistema di sepoltura alternativo è tale per cui ti mettono in posizione fetale dentro un uovo biodegradabile e intanto che ti biodegradi alimenti la crescita di un albero. E poi ho scoperto che c’è anche un altro sistema alternativo che ti trasforma in diamante. L’ho visto in uno speciale sempre in terza serata su Rai3, se non ricordo male immediatamente successivo a un documentario tedesco sui vulcani. In questo speciale in terza serata c’era un uomo che aveva un anello con sopra incastonata la nonna, la quale in vita era stata una signora molto elegante e quindi avrebbe apprezzato d’essere un gioiello. Poi quell’uomo ha anche detto che voleva lasciare in eredità alla figlia una collana con appesi tutti i parenti, di modo che se li portasse sempre appresso…””

Ginevra Lamberti, La questione più che altro, Nottetempo 2015

PILLOLA nr.197

SARCHIAPONE
“”…
F.T. Sembra che al dottor Goebbels piacesse molto Il prigioniero di Amsterdam.
A.H. L’ho sentito dire anch’io; è probabile che abbia avuto una copia del film dalla Svizzera; questo film era una fantasia e, come tutte le volte che mi occupo di un lavoro su un tema fantastico, non ho permesso alla verosimiglianza di mostrare il suo volto importuno. Nel Prigioniero di Amsterdam abbiamo la stessa situazione di Lady Vanishes, ma al maschile: si tratta di un vecchio diplomatico olandese che detiene un segreto…

F.T. Il signor Van Meer, l’uomo che è a conoscenza della famosa clausola segreta?

A.H. La famosa clausola segreta era il nostro Mac Guffin. Bisogna che parliamo del Mac Guffin!

F.T. Il Mac Guffin è il pretesto, non è così?

A.H. È una scappatoia, un trucco, un espediente; in America si direbbe un gimmick.

Allora, ecco tutta la storia di Mac Guffin. Lei sa che Kipling scriveva spesso dei racconti sulle Indie e sugli inglesi che lottavano contro gli indigeni lungo la frontiera dell’Afghanistan. In tutte le storie di spionaggio scritte in questa atmosfera, c’era sempre il furto della pianta della fortezza. Questo era il Mac Guffin. Mac Guffin è dunque il nome che si dà a questo tipo d’azione: rubare… delle carte, – rubare… dei documenti – rubare… un segreto. La cosa non è importante in se stessa e i logici hanno torto a cercare la verità nel Mac Guffin. Nel mio lavoro ho sempre pensato che le «carte», o i «documenti», o i «segreti» della costruzione della fortezza debbano essere estremamente importanti per i personaggi del film, ma di nessun interesse per me, il narratore.

Ora, da dove viene il termine Mac Guffin? Ricorda un nome scozzese e si può immaginare una conversazione tra due uomini su un treno. L’uno dice all’altro: «Che cos’è quel pacco che ha messo sul portabagagli?». L’altro: «Ah quello, è un Mac Guffin». Allora il primo: «Che cos’è un Mac Guffin?». L’altro: «È un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne Adirondak». Il primo: «Ma non ci sono leoni sulle Adirondak». Allora l’altro conclude: «Allora, non è un Mac Guffin». Questo aneddoto le fa capire che in realtà il Mac Guffin non è niente.

F.T. È buffo… molto interessante…””

Leggendo questo pezzo tratto dal libro di Francoise Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock,Pratiche editrice 1977, mi è venuta in mente la scena del Sarchiapone di Walter Chiari. Mi sembra incredibile che Hitchcock abbia immaginato la scena all’interno di uno scompartimento di un treno, proprio come nello sketc di Walter Chiari, andato in onda nel programma Rai, La via del successo, nel 1958. Copio la scena così come descritta da Wikipedia:
…””
La scena si svolgeva in uno scompartimento ferroviario affollato di passeggeri (tra i quali si ricorda Elvio Calderoni, seduto accanto a Walter Chiari). Uno di questi (interpretato da Carlo Campanini), in piedi, armeggiava con una gabbietta (o una scatola) coperta da un telo, sul portabagagli. Attirando l’attenzione su di sé (fingendo di esserne stato morso), il passeggero riferiva agli altri passeggeri di avere con sé un sarchiapone americano. Uno dei passeggeri (il personaggio di Chiari) fingendo di sapere di cosa si trattasse, allestiva una conversazione con il proprietario come se ne fosse competente e come se l’animale gli fosse consueto. A ogni intervento del Chiari, che tirando a casaccio sperava di indovinare finalmente, forse probabilisticamente, almeno una delle caratteristiche della sconosciuta entità, Campanini però negava o smentiva, ponendo in crescente difficoltà l’interlocutore.
Nel corso della conversazione, nella quale Chiari ormai si era troppo sbilanciato per poterla lasciar cadere o per ammettere la sua ignoranza, il sarchiapone veniva, dettaglio dopo dettaglio, descritto come un animale di caratteristiche che via via si rivelavano sempre più spaventose, sino al punto da terrorizzare tutti i passeggeri e indurli a lasciare prudentemente, l’uno dopo l’altro, lo scompartimento. Chiari e Campanini restavano dunque da soli. Chiari, sottosopra
per il nervosismo, chiedeva finalmente di vedere e Campanini rivelava che il Sarchiapone altro non era che un animale inventato, che egli usava per terrorizzare i passeggeri e poter viaggiare da solo nello scompartimento…””
Allora, questa scena è del 1958, ed è stata riproposta con Ornella Vanoni nel 73- fonte Wikipedia-. L’intervista di Truffaut ad Hitchcock è del 1977.

Che il grande Hitchcock, nel suo salottino di casa, si divertisse a guardare la tivù italiana il sabato sera?

PILLOLA nr.196

LE MIE PRIGIONI

“”…
Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l’ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via. Quel giorno, dopo che il guardiano è uscito, mi sono guardato nella gavetta di ferro. Mi è parso che la mia immagine restasse seria anche se cercavo di sorridere. Me la sono agitata dinanzi. Ho sorriso e lei ha conservato la stessa aria severa e triste. Finiva il giorno e era l’ora di cui non voglio parlare, l’ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio. Mi sono avvicinato al lucernario e, nell’ultima luce, ho contemplato la mia immagine ancora una volta. Era sempre seria, e in fondo non c’era nulla di strano perché in quel momento ero serio anch’io. Ma nello stesso tempo e per la prima volta dopo lunghi mesi, ho udito distintamente il suono della mia voce. L’ho riconosciuta: era quella che mi risuonava alle orecchie da molte lunghe giornate e ho capito che durante tutto quel tempo avevo parlato da solo. Mi è venuto in mente quel che diceva l’infermiera ai funerali della mamma. No, non c’era una via d’uscita, e nessuno può immaginare quel che sono le sere nelle prigioni…””

Albert Camus, LO STRANIERO, RCS Libri 1999

PILLOLA nr.195

CUCINA

“”… Mostratemi un uomo che abita solo e ha la cucina perpetuamente sporca e, 5 volte su 9, vi mostrerò un uomo eccezionale.
Charles Bukowski, 27 giugno 1967, alla birra.
mostratemi un uomo che abita solo e ha una cucina perpetuamente pulita, 8 volte su 9 vi mostrerò un uomo detestabile sul piano spirituale.
Charles Bukowski, 27 giugno 1967, alla birra.
spesso lo stato della cucina riflette lo stato della mente. gli uomini confusi e insicuri, d’indole remissiva, sono dei pensatori. le loro cucine sono come le loro menti, ingombre di rifiuti, stoviglie sporche, impurità, ma essi sono coscienti del loro stato mentale e ne vedono il lato umoristico. a volte, presi da uno slancio focoso, essi sfidano le eterne deità e si danno a metter ordine nel caos, cosa che a volte chiamiamo creazione; così pure a volte, mezzo sbronzi, si danno a pulire la cucina. ma ben presto tutto torna nel disordine e loro a brancolare nelle tenebre, bisognosi di pillole e preghiere, di sesso, di fortuna e salvazione. l’uomo con la cucina sempre in ordine è, invece, un maniaco. diffidatene. lo stato della sua cucina e quello della sua mente coincidono: costui, così preciso e ordinato, si è in realtà lasciato condizionare dalla vita e la sua mania per l’ordine, dentro e fuori, è solo un avvilente compromesso, un complesso difensivo e consolatorio. basta che l’ascolti per dieci minuti e capisci
che lui, in vita sua, non dirà mai altro che cose insensate e noiose. è un uomo di cemento. vi sono più uomini di cemento, al mondo, che altri. sicché: se cerchi un uomo vivo, da’ un’occhiata alla sua cucina, prima, e ti risparmierai un sacco di tempo…””

Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, Feltrinelli 1975

PILLOLA nr.194

TRADUZIONI

“”… Stamattina stavo riflettendo su questo. Eskatos, parola greca, significa fine ultimo. Da che escatologia è il ragionare sul fine ultimo dell’uomo, dell’universo. Invece skatos in greco antico è cacca e scatologia è il trattare e analizzare la merda. Non trova che sia un parallelismo amaro e cinico come solo gli antichi greci sapevano essere?».
«Già. Sempre di fine ultimo parliamo».
«Sia che si tratti dell’uomo o delle sue deiezioni… per i greci la differenza era in una epsilon»..””

Antonio Manzini, 7-7-2007, Sellerio editore

PILLLOLA nr.193

RAZIONE K

“”… I primi nemici nella quotidiana battaglia per la sopravvivenza sono comunque il caldo, la polvere e i disagi. Dentro il perimetro di argilla dei fortini di Apache North e Apache South solo poche decine di marines possono permettersi un tetto. Molte delle loro brandine sono allineate all’aperto sotto intrecci di reti mimetiche e teli che regalano una precaria impressione d’ombra. Le bottiglie d’acqua accatastate al sole sono così calde da poterci sciogliere il caffè solubile o un dado da brodo. Le altre, quelle destinate al consumo immediato, arrivano da una stanza all’ombra dove comunque non si va mai sotto i 38 gradi. A pranzo e a cena la massima fantasia è la scelta tra i diversi tipi di Mre (Meal Ready to Eat, cibo pronto da mangiare, N.d.A.), le razioni da campo che offrono una selezione di 24 pasti diversi custoditi in un pacco beige di circa 350 grammi. Per i marines sono meals rejected by everyone, cibo rifiutato da chiunque o meah rejected by Ethiopians, pranzo respinto dagli etiopi. C’è da capirli…””

Gian Micalessin – Fausto Biloslavo, Afghanistan ultima trincea, 2009