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Avvertenze

Avvertenze
Per coloro che, durante la navigazione sulla rete si fossero impigliati in questa pagina, consiglierei di desistere, fin da subito.
Che non perdessero del tempo per leggere parole vane, inseguire concetti astrusi, cercare significati nascosti. Anche perchè non ve ne sono. Sappiano fin da subito, gli incauti lettori, che in queste pagine non troveranno asilo spunti di riflessione, pensierini della notte, ne tantomeno citazioni citabili. Per quest’ ultime, cisi rivolga altrove.

Un blog perfettamente inutile, si dirà. Esatto, proprio così, inutile, inutile ai più svogliati perdigiorno, come per gli insonni piùostinati, così come per voi che leggete in questo momento.
Spero che queste bastino a far desistere coloro che fossero arrivati fino alla riga sopra, per gli altri, che ancora insistono si renda manifesta la realtà che ci sono molti altri blog bellissimi, ottimi programmi radio e tv, e altrettanti libri ben scritti e così ben stampati, dove la lettura troverà un vero piacere.
Potreste rivolgervi lì. I più attenti tra di voi, scorgeranno una piccola croce in alto a destra. é cliccabile. Credendo di essere stato esaustivo con questa semplice premessa, mi riservo la facoltà di non
pubblicare un’altro post con le controindicazioni.
Posologia
Questo blog somministra i suoi post in maniera saltuaria e del tutto casuale, cosìda rendere impossibile una fidelizzazione allo stesso.
Eccipienti
Questo blog non contiene principi attivi. Una sola, tutta fuffa, effetto placebo. Fate voi.
ontroindicazioniAffermo il principio di contraddizzione
. Questo blog è allergico alla categoria preferiti.
Ecco, poi non dite che non ve l’avevo detto.

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Pilllola nr.205

Pillola nr.205

Biblioteca

“”… Da un giorno all’altro le tradizioni del nostro paese sono cambiate. La terra del sole e dei colori si è trasformata in un campo d’addestramento a cielo aperto per estremisti. Tutti i nostri garbasar, i jamar, gli hijab colorati non andavano più bene. Si potevano usare per lavare il pavimento. Avevamo l’obbligo di indossare il burqa nero, quello che lascia scoperti soltanto gli occhi.
Ma la cosa peggiore, perché sembrava una punizione, era stata la decisione di tenere spenti i pochi lampioni che di sera illuminavano alcune piazze del centro e qualche viuzza.
La sera, infatti, molti si radunavano nelle piazze, sotto i lampioni, a leggere. Pochissimi avevano l’elettricità in casa.
Invece di leggere alla luce fioca del ferus, molti passavano le serate sotto le stelle a leggere un romanzo, un quotidiano vecchio, o magari una lettera, o un biglietto d’amore.
Quei luoghi erano la nostra biblioteca a cielo aperto…””

Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli 2014

Pillola nr.204

Crepe nr.2

“”…
L’altro giorno per esempio il problema non si è posto, in quanto nella biblioteca della città della valle dove vivo non è che ti viene proprio tantissima voglia di attirare l’attenzione di chissà chi. Allora stavo per mettermi a fissare il muro, dato che come già accennavo, è fin dalla più tenera età che trovo che i muri e le crepe nei muri abbiano un fascino irresistibile. Invece poi è andata che davanti a me si è seduta la mia amica cosmonauta, raro caso di soggetto più interessante da guardare di una crepa, e che puoi pure ascoltare…””

Ginevra Lamberti, La questione più che altro, Nottetempo 2015

Pillola nr.203

Crepe nr.1

“”…
io, devo dire, ho elaborato una teoria che a me sembra che, il senso del calcio, non sia vincere, ma perdere. Perché vincere, io mi ricordo l’Italia, i
mondiali, le due volte che ha vinto, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, o di tricolore, a gridare, a suonare il
clacson, a bere, non so, io non lo capisco tanto bene, che gusto c’è, a vincere. Secondo me, mi sbaglierò, ma quando perdi, magari quattro a zero, o cinque
a uno, e nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non
va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco, quei momenti
lì, che te ti chiedi «Ma che vita sto facendo?», secondo me son momenti che hanno più senso, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina,
che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di tricolore..””

Sempre dal sito di Paolo Nori

Pillola nr.202

Bunker

“”… Una volta mise su il Concerto per pianoforte n. 5 di Beethoven, con Walter Gieseking come solista. «Non senti niente?» mi chiese durante l’adagio centrale. Sullo sfondo sentii dei boati sordi- Era il primo disco in stereo della storia, registrato nell’autunno del 1944 in un bunker di Berlino. «In lontananza si sentono i bombardamenti.» E dopo una pausa: «Beethoven lo scrisse durante l’assedio di Vienna, mentre la città era sotto il fuoco dell’artiglieria…””

Jan brokken, Nella casa del pianista, Iperborea 2011

Pillola nr.201

Che ore sono?

“”… In un libro di Sergej Dovlatov a un certo momento si legge:
Questa cosa è successa all’accademia d’arte drammatica di Leningrado. Si era esibito davanti agli studenti il noto chansonnier francese Gilbert Becaud.
Alla fine l’esibizione era finita. Il presentatore si era rivolto agli studenti.
– Fate delle domande.
Tutti avevan taciuto.
– Fate delle domande all’artista.
Silenzio.
E allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva detto, ad alta voce:
– Chèl òr ètìl? (Che ore sono?)
Gilbert Becaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto, gentilmente:
– Le cinque e mezza.
E non si era offeso…””

Dal solito sito di Paolo Nori, che saccheggio abitualmente, da una presentazione de La Russia portatile

Pillola nr.200

RESTYLING

Eh si, care amiche, cari amici, eccoci di nuovo qua, alla pillola nr. 200. Ne è passato del tempo vero? Era da un po’ che non aggiornavo il blog, e, rispondo subito alle vostre lagnanze, con questo restyling. La nuova categoria, Pillolone, recupera titoli sparsi, già presenti fin dalla prima ora, come Krassnov e Derrik. La perla è il Pillolone nr.3, Valentina, Turbolenta e la memoria dei metalli. Praticamente un contenitore di pensierini lunghi, piuttosto noiosi, ingialliti dal tempo, perchè rinchiusi da troppo nei cassetti virtuali, nei file più remoti del PC. Perchè pubblicarli, allora?, Perchè ci sono, perchè, come dichiaro nelle avvertenze, ho deciso di correre il rischio di espormi al ridicolo. Avete già sentito queste risposte? Brave, bravi! Bene, molti di voi mi chiedono con insistenza, e le audionovelle? Nemmeno per la Salerno-Reggio Calabria si era aspettato tanto! Avete ragione, ma è solo per creare un po’ di suspance. Poi, dopo aver selezionato e raccolto le migliori, aver imparato a consolidarle nel PC, potrò pubblicarle, a maggior gloria del Blog migliore che ci sia!
Amen.

PILLOLONE nr.3

VALENTINA, TURBOLENTA E LA MEMORIA DEI METALLI

Mi ricordo che ero lì, in piedi, appoggiato al muro del bar in piazza. Valentina e Turbolenta erano già lì, appoggiate al muro, come me. Valentina e Turbolenta erano due Grazielle, due biciclette da donna piccole, pieghevoli, come si usavano allora, e che adesso si vedono girare ancora, ripescate da qualche hipster, nel fondo di una cantina buia. Il breve ossimoro va-lentina e turbo-lenta era scritto malamente sul carter, a pennello, doveva far ridere, o almeno, pensavamo che dovesse far ridere. Far ridere era già un primo passo per uscire dall’anonimato, e, Cosa c’era di più terribile, a tredici anni, dell’anonimato?
Mi ricordo che iniziavamo a modificare le nostre biciclette, provando a personalizzarle, per distinguerle dalle altre, in modo che potessero distinguere anche noi. Via cestini, parafanghi, luci, dinamo, via il carter, la ruota originale per quella da cross,il sellino più piccolo, come quello che si usava nelle prime Bmx che iniziavano a girare in paese. Girare, girare, il giro del quadrato, alle collinette davanti all’oratorio maschile, davanti all’oratorio femminile, pensando che passare dieci volte al giorno, davanti all’oratorio femminile, fosse figo. Praticamente le nostre bici erano assimilabili a dellle protesi meccaniche, che sempre di più ci assomigliavano, o alla proiezione di quello a cui ambivamo essere.
Mi ricordo gli adesivi. Gli adesivi, si perchè allora si usavano gli adesivi, e si potrebbe scrivere un libro, un libro intero, solo sugli adesivi. Allora i più semplici, le stelline e i numeri, una pantera nera, quello dello Sport Center, o lo splendido,superbo, mai più superato, adesivo prismatico dei Kiss.
Mi ricordo che Maurizio aveva tagliato il pezzo dietro della Graziella, il portapacchi, diciamo, che invece, sempre più spesso, veniva usato per portare altri esemplari della nostra stessa specie, in piedi, con le mani appoggiate alle spalle. Poi l’aveva verniciata di rosso scuro, quasi un bordeaux, aveva montato il copertone da cross anche davanti. Perfetta.
Mi ricordo che Dario era l’unico che non aveva una Graziella, ma una bici da donna tradizionale. Praticamente era nuda, si capisce, e qui non c’è bisogno di scomodare Freud per capire che era molto più semplice spogliare le nostre biciclette piuttosto che le nostre compagne di banco preferite. Nuda intendo ancora una volta senza parafanghi, carter o fronzoli di alcun genere. Addirittura i freni, Dario aveva tagliato con il flessibile anche l’attacco dei freni sul manubrio. Via tutto, poi aveva saldato il pignone della ruota dietro. Frenare era praticamente impossibile. Adesso provo a descrivere come funzionava, senza asciugare troppo. In sostanza, il meccanismo era ben diverso dal sistema detto Torpedo, dove lo scatto libero permette di rimanere con i pedali fermi anche quando la bici è in movimento, e, per frenare, basta imprimere un movimento contrario al senso rotatorio normale dei pedali. In pratica, con la bici di Dario, si poteva solo rallentare la marcia, imprimendo con le gambe un freno al movimento dei pedali. Il risultato era che, saldando lo scatto libero, il movimento della ruota era solidale con quello dei pedali, così che per assurdo si sarebbe potuto anche procedere in retromarcia! Quindi immaginate un telaio di bici da donna, con le ruote, con le ruote e basta, colorato a pennello con quel verde bandiera dei serramenti, risultato da un intervento di manutenzione straordinaria di casa. Splendida!
Mi ricordo anche la Graziella di Nicola, che, timidamente, aveva sostituito solamente la forcella anteriore, vittima degli innumerevoli tentativi di impennaggio, ma purtroppo e drammaticamente di un altro colore, diverso dal verde acqua originale, come da tabella Ral della casa madre. Per il resto era ancora intonsa, ” perchè se l’ingegniere che aveva progettato la graziella, l’aveva progettata in quel modo, un motivo ci sarà stato, e sarebbe stato meglio non alterare lo stato delle cose, come l’ordine costituito”.
Mi ricordo, ovviamente, anche la mia. Era arancio, le forcelle non sò più di quale colore, visto che duravano lo spazio di una stagione, ma la ruota da cross si, c’era, gli adesivi pure. Così giravamo, giravamo per il paese, provando e riprovando a pedalare con una ruota sola, contando le strisce sullo stradone dell’oratorio. Girare e girare con le nostre bici, sempre ben oliate, sempre più modificate, riverniciate di nuovo per l’ennesima volta, era la prova del nostro stesso esistere. La prova che intervenivamo direttamente nella realtà della trasformazione, delle bici come di noi stessi, attori nel labirinto delle strade, dove ci affacciavamo ad una società già costituita con le proprie regole, con i cartelli, divieti e precedenze, già ben piantati per terra. Era una stagione a cavallo di quell’età che avremmo scoperto poi, chiamarsi preadolescenza, ricca di passaggi,scelte importanti, di indulgenza. Una stagione dove si parlava di sport, di Pertini e Bearzot, e tutto ci sembrava più piccolo, i vestiti, troppo piccola la famiglia, la scuola, l’oratorio, troppo piccolo, anche il paese.
Mi ricordo i primi giochi elettronici, che affiancavano i flipper, bellissimi, ma che allora ci sembravano far parte della preistoria. Funzionavano con le monete da duecento lire, gialle coniate in una lega di bronzo. Da una parte la testa, dall’altra una ruota dentata, ancora una volta un simbolo, la stessa moneta che include l’uomo e il mezzo meccanico.
Mi ricordo che al Commercio, il bar in piazza, c’era Gyrus. Gyrus era un gioco elettronico spara spara, ma la sua particolarità era che l’astronave poteva muoversi a 360° su una circonferenza , la più esterna possibile, e i nemici si materializzavano dal centro dello schermo. Scopo del gioco era di arrivare al pianeta Terra, partendo da Nettuno, all’estremo del sistema solare, con difficoltà sempre crescenti, continuando a girare sulla circonferenza esterna, schivando asteroidi e sparando alle navicelle nemiche, con “la Fuga in re minore” di J S Bach come colonna sonora.
Mi ricordo che all’Impero c’era il Pac-man. Il Pac-man lo ricordano quasi tutti, e quasi tutti ci hanno giocato. Una pallina ingorda, gialla, corre nel labirinto rincorsa da quattro fantasmini. Per fortuna nel labbirinto ci sono quattro pillole magiche che li rendono innocui, diventano blu e non fanno più paura. Peccato che l’effetto delle pillole magiche duri poco, ogni volta sempre di meno, e ci si ritrovi con l’affanno a cercarne subito un’altra, prima che i fantasmi ci possano raggiungere. Per chi avesse saputo leggere ed interpretare i segni, era già tutto scritto. Tutto fin troppo chiaro anche ad un esegeta alle prime armi. Una metafora fin troppo chiara,scrivere, una pillolina che trasforma i nostri fantasmi in mostriciattoli innocui, così facili da poterseli anche mangiare. Troppo bello.
Mi ricordo che poi, l’Italia, ha vinto anche il mondiale di calcio. Qualcuno, intanto, partiva per le vacanze, andava al mare, qualcuno già si era iscritto alle superiori, qualcuno cercava un posto di lavoro. L’estate era finita e ognuno aveva preso la sua strada. Una strada diversa per chi aveva preso il Ciao e chi la Vespa, chi si era fermato all’Impero e chi al Commercio. Una strada diversa, quando anche il giubbotto che portavi, poteva significare una scelta decisa che portava a precise definizioni.
Mi ricordo che Maurizio poi ha preso il Ciao, bordeaux, con le ruote tacchettate, da cross, e senza pedali!
Mi ricordo che passava sempre dalla piazza, e, arrrivato davanti alla farmacia, ci guardava, con quegli occhi che aveva, con un taglio particolare, a mandorla, poi alzava impercettibilmente il sopracciglio sinistro. Era il suo modo di salutare. Poi prendeva lo stop come un semplice suggerimento, e svoltava a destra alzando la ruota davanti, praticamente fino al semaforo.
Mi ricordo che Dario aveva un modo particolare di piegare il mignolo e l’anulare della mano destra, praticamente li aveva quasi sempre piegati. Non so perchè, e non so perchè mi ricordi di questi dettagli inutili, a scapito dei concetti fondamentali, che via via mi sfuggono. Sarebbe un altro concetto su cui riflettere.
Mi ricordo che ero lì, in piedi, appoggiato al muro del bar in piazza, quando l’ho visto. Dario arrivava dalla Chiesa, proprio di fronte a me, ma non l’ho riconosciuto subito. Era passato qualche anno, d’accordo, ma lui era ancora in bici. Per intenderci aveva l’intenzione di prendere la via Roma contromano, e quindi mi sarebbe passato a fianco a non più di tre o quattro metri. Poi i nostri occhi si sono incrociati, e si sono incollati tra loro. Ci siamo inseguiti con lo sguardo per qualche metro. Io non ho parlato. Lui non ha parlato. Le nostre bocche hanno disegnato un sorriso, enorme, bellissimo. Ci siamo riconosciuti e in pochi secondi abbiamo sostenuto un dialogo muto, ci siamo detti tutto. Senza parlare. Lui ha imboccato via Roma. Era l’ultima volta che l’avrei rivisto.
Chissà che fine avranno fatto le nostre bici, sepolte in qualche cantina buia, arrugginite, o recuperate da qualche ferrivecchi e rifuse in un tondino per il cemento armato.
Chissà dove sono Dario e Maurizio, evaporati in una nuvola rossa, ci hanno lasciato troppo presto.
Chissà che sopravvivano, nella memoria dei metalli.

Dario 1969 1993
Maurizio 1969 1995

Note a margine

pochi lettori, tra i più fortunati, avranno già letto la prima versione di questi pensierini, ciclostilata in proprio, e distribuita clandestinamente tra pochi amici. La prima versione risale a più di venti anni fa, descriveva solo le biciclette e il ricordo di Dario e Maurizio. Poi, per i casi insondabili della vita, è ricomparso un file, sopravissuto a tre o quattro diversi personal computer, ed eccoci qua, con una versione praticamente riscritta di nuovo. Tutti gli altri non sapranno mai se migliore o peggiore, ma in ogni caso, considero già una fortuna, se qualcuno di voi, avrà avuto la pazienza di leggere fino a queste righe.
Fatti e personaggi sopra descritti sono realmente esistiti e accaduti. Logicamente, la verità dei fatti riportati è come il suo anagramma, relativa, nel senso che è come la ricordo. Fatti e dettagli che si sono cristallizzati nella mia mente, sono descritti in funzione della mia in-sensibilità e, essendo risalenti a più di trentacinque anni fa, essi sono inevitabilmente soggetti alla piega del tempo. L’anno in cui ricorrono i fatti è il 1982, ma probabilmente ho confuso qualcosa accaduto l’anno successivo, ma credo che non abbia influenzato l’atmosfera generale di quel tempo, così come la ricordavo e volevo descrivere.
L’escamotage, il “Mi ricordo”, è tratto dal libro di Matteo B Bianchi, Mi ricordo, Fernandel, 2004, a sua volta tratto da un libro di Georges Perec, Mi ricordo, Bollati Boringhieri, 2013.
Le citazioni sparse e volontarie, sono:
Brunori sas, Guardia 82, da Vol I, 2009, Pippola Music
Fabrizio De Andrè, Amico fragile, da Vol VIII, 1975, produttori Associati
tutte le altre, nel caso ce ne fossero, sono involontarie

Massimiliano Arbini