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Avvertenze

Avvertenze
Per coloro che, durante la navigazione sulla rete si fossero impigliati in questa pagina, consiglierei di desistere, fin da subito.
Che non perdessero del tempo per leggere parole vane, inseguire concetti astrusi, cercare significati nascosti. Anche perchè non ve ne sono. Sappiano fin da subito, gli incauti lettori, che in queste pagine non troveranno asilo spunti di riflessione, pensierini della notte, ne tantomeno citazioni citabili. Per quest’ ultime, cisi rivolga altrove.

Un blog perfettamente inutile, si dirà. Esatto, proprio così, inutile, inutile ai più svogliati perdigiorno, come per gli insonni piùostinati, così come per voi che leggete in questo momento.
Spero che queste bastino a far desistere coloro che fossero arrivati fino alla riga sopra, per gli altri, che ancora insistono si renda manifesta la realtà che ci sono molti altri blog bellissimi, ottimi programmi radio e tv, e altrettanti libri ben scritti e così ben stampati, dove la lettura troverà un vero piacere.
Potreste rivolgervi lì. I più attenti tra di voi, scorgeranno una piccola croce in alto a destra. é cliccabile. Credendo di essere stato esaustivo con questa semplice premessa, mi riservo la facoltà di non
pubblicare un’altro post con le controindicazioni.
Posologia
Questo blog somministra i suoi post in maniera saltuaria e del tutto casuale, cosìda rendere impossibile una fidelizzazione allo stesso.
Eccipienti
Questo blog non contiene principi attivi. Una sola, tutta fuffa, effetto placebo. Fate voi.
ontroindicazioniAffermo il principio di contraddizzione
. Questo blog è allergico alla categoria preferiti.
Ecco, poi non dite che non ve l’avevo detto.

PILLOLA nr.185

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

“”… Non posso impedirmi di pensare che i nomi che ci vengono offerti dal caso ci trasmettano messaggi profondi. Ci imbattemmo in un robusto albero che cresceva in mezzo al viale. Senza metterci d’ accordo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci arrampicammo lungo il tronco e ci sedemmo gomito a gomito sopra un grosso ramo. E lì restammo a chiacchierare, discutendo fino all’ alba. Iniziammo col constatare che il linguaggio che ci era stato insegnato era veicolo di idee folli. Invece di pensare correttamente, pensavamo in modo contorto. Occorreva restituire ai concetti il loro vero senso. Passammo parecchio tempo a farlo. Ricordo alcuni esempi: Invece di “mai”: pochissime volte. Invece di “sempre”: sovente. “Infinito”: estensione ignota. “Eternità”: fine impensabile. “Fallire”: cambiare attività. “Mi ha deluso”: l’ ho immaginato in modo errato. “Io so”: io credo. “Bello, brutto”: mi piace, non mi piace. “Sei fatto così”: ti percepisco così. “Ciò che è mio”: ciò che ora possiedo. “Morire”: cambiare forma…Poi abbiamo passato in rassegna le definizioni e siamo giunti alla conclusione che era assurdo definire affermando. Invece era giusto definire negando. “Felicità”: essere ogni giorno meno triste. “Generosità”: essere meno egoista. “Coraggio”: essere meno vigliacco. “Forza”: essere meno debole. E così via. Siamo giunti alla conclusione che a causa del linguaggio contorto, l’ intera società viveva in un mondo pieno di situazioni grottesche. Grottesco, a parte la definizione sul dizionario come ridicolo, stravagante o grossolano, sarebbe anche una noncomunicazione inconsapevole…””

Alejandro Jodoroswsky, La danza della realtà, Feltrinelli 2013

PILLOLA nr.184

ANDRè BRETON

“”… Lo scultore canadese Jean Benoît, fervido surrealista, mi invitò a trascorrere qualche giorno di vacanza in un paesino del sud della Francia, Saint Cyr la Popie. Di fronte alla sua casa c’ era quella di André Breton, una costruzione in legno e pietra. Il mio amico si burlava della mia timidezza e decise di trascinarmi a casa del poeta. Fummo accolti dalla moglie la quale ci disse che non sapeva dove fosse André, ma non avrebbe tardato, potevamo aspettarlo mentre lei stava in cucina. Rimasi con Benoît, il quale, pregustando l’ incontro imminente, sicuro che sarebbe stato “elettrico”, iniziò a scolarsi una bottiglia di vino. Io tremavo come una foglia. Vedere nell’ intimità della sua casa il mitologico inventore del Surrealismo suscitava in me un’ eccitazione nervosa, un misto di panico ed euforia. Dopo una decina di minuti venni colto dall’ irresistibile stimolo di orinare. Benoît, perduto nei piaceri del vino, con un gesto confuso mi indicò la scala che portava al piano superiore. “Sulla sinistra.” Sivo le scale alla ricerca del bagno sentendomi un intruso,
ma ero anche in preda a una grande curiosità. Arrivato al primo pianerottolo trovai sulla sinistra una porticina di legno. L’ urgenza dello stimolo mi spinse
ad aprire la porta di colpo. E mi ritrovai di fronte al maestro, seduto sulla tazza, i pantaloni arrotolati fino alle caviglie, che stava defecando. Breton, con la faccia stravolta, paonazzo, lanciò un ululato tremendo come se lo stessero sgozzando. Un grido che dovette sentirsi non solo in tutta la casa ma anche nei dintorni, perché diversi cani si misero a latrare. Richiusi la porta e mi precipitai giù per le scale per correre in stazione e prendere l’ autobus diretto a Parigi. La scena era durata qualche secondo, eppure avevo commesso il sacrilegio di veder cagare il sublime poeta. Mi avrebbe perdonato un giorno? Nel dubbio, decisi di emigrare in Messico…””

Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli 2013

PILLOLA nr.183

SURREALISMO

“”… ogni giorno, fra l’ una e le tre del pomeriggio, i miei genitori chiudevano El Combate e venivano a casa per pranzo. Jaime si sedeva a capotavola davanti alla finestra (e così si appropriava della luce del cielo, ricevendola sulla schiena). Accanto a sé, alla sua destra, faceva sedere mia sorella. A me assegnava sdegnosamente il lato sinistro, un po’ più lontano. E all’ estremità opposta, lontano, sola sulla sua isola emozionale regnava mia madre, che mangiava sempre con le pupille rivolte al soffitto per esprimere quanto le facesse schifo il modo di mangiare di mio padre, estremamente scomposto. Quel giorno, innervosito per l’ accumulo dei debiti, Jaime divorava il cibo che la nostra fedele domestica gli aveva servito insozzandosi le labbra e la camicia più del solito. Tutt’ a un tratto Sara emise un sordo gemito e mormorò: “Questo uomo è un porco, mi fa vomitare”. Alle spalle di mia madre, appeso al muro c’ era un quadro a olio dipinto da un artista commerciale di infima categoria. Era il solito paesaggio della cordigliera, illuminato dalla luce rossastra di un tramonto. A lei piaceva perché era stata sua madre a suggerirle di acquistarlo. Io e mia sorella lo trovavamo ridicolo. Jaime lo odiava perché gli era costato un sacco di soldi.
Udendo le inaspettate parole di Sara, io e Raquel eravamo ammutoliti per il terrore. Di solito in questi casi Jaime si alzava per tirarle un pugno in uno dei suoi bellissimi occhi. Stavolta non fu così: l’ uomo impallidì, sollevò lentamente il piatto come il sacerdote solleva il calice e scagliò le uova fritte sulla testa di mia madre. Lei le schivò e quelle si spiaccicarono sul quadro. I due tuorli rimasero lì in mezzo al cielo, appiccicati come due soli. E, rivelazione, per la prima volta quel volgare dipinto mi parve bello! Di colpo avevo scoperto il Surrealismo! Più tardi non ebbi nessun problema a comprendere la frase del futurista Marinetti “La poesia è azione”…””

Alejandro Jodoroswky, La danza della realtà, Feltrinelli 2013

PILLOLA nr.182

CERTE NOTTI

“”… Io rimugino tantissimo. Quando cammino. Quando lavoro. Quando mi diverto. Quando mi compiango. Quando faccio l’amore. Soprattutto quando non lo faccio (che poi, se uno ci pensa, rimuginare è un’attività da psicopatici. Perché si rimugina sull’accaduto, e l’accaduto – come dice la parola stessa – è già accaduto. Per cui è chiaro che affliggersi su faccende insuscettibili di modifica è un piacere morboso, una necrofilia intellettuale, una pratica masochista).
Bene, io faccio di peggio: a volte mi lascio prendere così tanto dai rimuginamenti che addirittura scrivo. Riempio cartelle Word nella speranza di trovare le parole giuste per fissare un punto di vista e tendenzialmente non cambiarlo più. Faccio notte, quando proprio mi fisso. E poi mi dico: «Ma sei scemo, cosa devi scrivere, un libro?»
Certe notti, come dice il famoso cantante, mi sembra di approdare a delle conclusioni, come dire, di interesse pubblico, e vado a dormire soddisfatto.
Poi, dopo un paio di giorni, quando le mie opinioni ricominciano a vacillare, riaccendo il computer, apro il file Rim.doc, rileggo, e non trovo una sola frase che mi convinca. Mi sembra tutto combinato, fasullo. Effetto bilancio falsificato (se sapessi leggere un bilancio). Con le frasi- tubo avvitate una all’altra per farle stare insieme e formare un impianto, invece di lasciarle libere di andare per i fatti loro e ognuna con la sua forma, come i ramoscelli di una pianta, non so se mi spiego…””

Diego De Silva, Mia suocera beve, Einaudi 2012

PILLOLA nr.181

Short Message Sistem

“”…
È sempre così che succede con i messaggini: ti danno l’illusione di poter disporre del tempo necessario a fare la tua mossa prevedendo la reazione che susciterai, e invece non è vero. In quei frangenti ti senti tutto strategico, ma sei semplicemente impulsivo in un altro modo.
Io, quando polemizzo via sms, non faccio che pestare merde. E avendole pestate per iscritto, mi rimangono come prova documentale a carico.
Ma io non sono emotivamente attendibile. Sono uno dalla rabbia labile, cui basta pochissimo per riconoscere le ragioni della parte avversa, specie se la parte avversa è la mia donna.
Per dirla in altri termini, soffro di capitolazione precoce. Chissà che non sia questa mia tendenza a capitolare così presto la causa principale degli sfaceli sentimentali in cui periodicamente mi caccio…””

Diego De Silva , Mia suocera beve, Einaudi 2012

PILLOLA nr.180

LINGUA 3
“”… Fu durante questa spedizione che gli europei cominciarono a chiamare Canguro un animale visto per la prima volta in Australia. La nascita di tale nome è dovuta a un errore. Un ufficiale di Cook, vedendo quell’animale, chiese a un nativo cos’era e se ne ebbe in risposta la parola kanguro. E il nome rimase! Ma il nativo voleva dire, con questa parola: non vi capisco perché il marsupiale era detto semeleta nella lingua del luogo! …””
Silvio Zavatti, I viaggi del capitano James Cook, Schwarz editore / Milano 1960

PILLOLA nr.179

GELATO
“”…
Whorf ricordava anche che gli eschimesi avrebbero in luogo della parola neve quattro termini diversi a seconda della consistenza delle neve stessa, e pertanto essi vedrebbero piú cose diverse dove noi ne vediamo solo una. A parte che questa notizia è stata contestata, anche uno sciatore occidentale sa distinguere tra diversi tipi di neve di diversa consistenza, e basta che un eschimese venga in contatto con noi perché capisca benissimo che quando noi diciamo neve per le presunte quattro cose che lui chiama in modi diversi, ci comportiamo come un francese che chiama glace il ghiaccio, il ghiacciolo, il gelato, lo specchio, il cristallo di una vetrina e tuttavia alla mattina non è cosí prigioniero della propria lingua, da farsi la barba guardandosi in un gelato…””

Marco Aime, Il mio primo libro di antropologia, Einaudi 2008